In tutto il fascino del bianco e nero, l’università di Stanford offre una raccolta di fotografie di Douglas Menuez dedicate ai
primi giorni di NeXT.
Mi verrebbe un pippone sul valore dell’integrazione tra l’università e il mondo delle aziende, che qui viene vista come inaccettabile ingerenza del capitale nell’istruzione e là dà vita a ricerca e a nuovo lavoro. Mi fermo subito e invece invito a guardare i volti, i momenti, gli spaccati di quella parentesi in cui Steve Jobs cercò la rivincita personale e, perdendovisi, si riscoprì.
Nel fine settimana dedicato ai trapassati non può essere un caso l’essersi imbattuto in
Heroes of the Deep grazie a un
post su Enworld che linko dato che descrive perfettamente la situazione.
La quale, qui riassunta, è un progetto hobbistico a profitto zero che chiede unicamente un account con mail e password e poi mette a disposizione campagne di gioco di ruolo da percorrere nel browser, da soli o con amici da dovunque, o perfino con sconosciuti incontrati nella lobby.
Non mi sono sicuramente stracciato le vesti quando
iPad ha fatto amicizia con trackpad e tastiera e nemmeno succederà ora che sono arrivati i
MacBook Pro con lo schermo touch.
Federico Viticci ha
sintetizzato le cose in modo intelligente:
Le persone sovrastimano l’importanza delle decisioni passate e sottostimano vastamente la capacità di Apple di cambiare opinione quando il momento è giusto.
Il suo pensiero si articola più compiutamente nella sua
prova-lampo, che raccomando di allocare su dieci minuti di attenzione.
MIT Technology Review dedica un articolo breve ma intenso a
Emacs che compie cinquant’anni da quando ha preso vita per la prima volta nei laboratori AI del MIT stesso. Sì, si lavorava all’intelligeza artificiale anche mezzo secolo fa, ma era per il bene collettivo più che per deliri di onnipotenza.
Tanto che, nel vedere come Emacs tornasse tanto utile da far venire voglia di commercializzarlo, un giovane ricercatore avviò un progetto che mirava a mantenerlo gratuito e non solo: avrebbe avuto intorno anche un intero sistema operativo, sempre gratuito, diverso da UNIX.
I labirinti sono generazionali?
Me lo sono chiesto durante la navigazione della presentazione
Mazes: Are We Lost Yet? in occasione della
Roguelike Celebration 2026.
Ho pensato a tutti i labirinti in cui mi sono imbattuto. Zork, Avventura nel Castello, Wolfenstein Castle, Dungeons and Dragons, World of Warcraft, Angband, Nethack (non sto a linkare) sono solo citazioni buttate lì. Ci sono labirinti in una miriade di meccaniche di gioco, online ma anche e benissimo offline.
Evento milanese sulla formazione con quasi un migliaio di partecipanti in hotel pluristellato.
Organizzazione impeccabile e persone pienamente all’altezza del ruolo.
In sala regia, c’è chi deve assicurare che schermi, fotocamere, videocamere, microfoni funzionino di concerto con i movimenti dello speaker e quanto deve accadere in sala.
Vedere una scelta chiara e coerente a livello hardware certo non fa novità, ma conferma sì. I signori in t-shirt sono professionisti, ben pagati, esperti.
Gli invidiosi millantano che le malvagie Big Tech siano nemiche della privacy e vedano il privato unicamente come oggetto da mungitura. Tutte, tutte uguali.
Intanto Apple informa che Apple Intelligence lavora in locale, a tutela della privacy. E, ove le risorse locali non bastassero, porta l’elaborazione sul cloud.
Non un cloud qualunque: Private Cloud Compute. L’elaborazione si avvale del cloud ma rimane confidenziale e privata. I dati del singolo restano del singolo e restano al sicuro.
Vorrò parlare di
hunt, un giochino da Terminale che sembra veramente bellissimo, solo che devo ancora lavorare su come installarlo.
Sta dentro i bsdgames, di cui è stata fatta molto tempo fa una
versione per macOS, ma dei tempi di Sierra. Homebrew non dà segni di vita (homebrew contiene
nbsdgames, che è carino ma non comprende hunt e non c’entra nulla) e ho deciso di arrivarci senza interventi artificiali… ma non ci sono ancora arrivato.
Andare a un concerto rock di questi tempi significa incontrare tutte le generazioni, compresi i nonni (e le nonne, più dei nonni) e i passeggini con infanti senza limite inferiore di età.
Andare a un piccolo Linux Day di provincia mi ha dato la stessa sensazione: dai passeggini alla terza età con tutte le stazioni intermedie.
L’attenzione che c’era molti anni fa verso il sistema in sé e per sé è diminuita. C’è molta più attenzione allo scopo. Installazione dentro container Docker per moltiplicare la velocità di certe app, domande (e risposte) su
ArtCraft, emulazione di giochi. La configurazione in quanto tale diventa materia di studio su hardware particolare,
tipo Raspberry Pi.
Grazie a MacRumors che ne ha scovata una divertente, sempre in tema Apple Music
come da chiacchiera di ieri.
Generare via browser un errore di pagina non trovata su music.apple.com (in pratica aggiungendo uno slash e poi qualcos’altro di improprio, tipo /ciao ma anche /ipod) porta in vita
una perfetta replica software del primo iPod, del quale corre in questo periodo il venticinquesimo anniversario.
La clickwheel è utilizzabile con il puntatore: la ruota gira, i pulsanti si schiacciano. L’esperienza utente non è proprio equivalente a quella che si aveva all’origine con il pollice, ma niente paura: funziona anche la tastiera. Tasti cursore, barra spazio, Escape, Invio.