Chi vorrà, approfondirà. Qui mi limito a rivangare nella memoria.
Anthropic ha scatenato un’ondata di commenti con l’individuazione all’interno di Claude di un
global workspace nei modelli linguistici, descritto in uno
studio.
Il global workspace, sempre per parlarne come fossimo al bar, è una teoria cui sono recentemente interessate le neuroscienze: nel pensiero esiste uno spazio in cui i concetti e le idee si radunano prima della comunicazione verso l’esterno.
Ma
The GNU Emacs Architecture - Unlocking the Core sarà il primo documento da leggere prima di avvicinarsi agli strati superiori di emacs, oppure l’ultimo, quando a partire dalla superficie del programma desideriamo scoprirne le profondità più recondite?
Di sicuro è una di quelle letture definitive, nel senso che approfondire più di così è impossibile. Al tempo stesso, occorre un interesse persino superiore a quello dell’utenza evoluta.
Aggiungo se posso una dimensione ulteriore, la scoperta. Sono meccanismi di una costruzione che evolve da decenni, con risultati molto sofisticati, ideati e coltivati da un gran numero di sviluppatori dal talento indiscusso. Una visita alle fondamenta di una cattedrale diventa interessante anche senza essere architetti o archeologi. (Per quanto emacs, seguendo l’ispirazione dell’
iconico saggio di Eric Raymond, volendolo in
edizione italiana, sia nato nella parte del bazar).
Capisco che ci sia un mercato per i telefoni per anziani, con i tastoni, senza funzioni, le suonerie, il collegamento con la centrale eccetera eccetera. Capisco anche come siano prodotti da vendere ai figli adulti di anziani praticamente inabili.
Nella famiglia allargata abbiamo una certa pratica di decisamente anziani (over novanta), per fortuna finora ragionevolmente autosufficienti. Abbiamo comprato circa cinque anni fa due iPhone SE ricondizionati a circa duecento euro ciascuno. Uno ha purtroppo cessato di servire, l’altro procede tranquillamente.
Nelle settimane prima che Tahoe lasci il posto a Golden Gate, si è capito che una delle sue eredità meno gradite è la cornice obbligata per le icone delle app, già dispregiativamente definita squircle jail, una prigione quadrata ma non tanto e tonda ma non proprio.
Nel tempo si è capito, come ha riassunto John Gruber, che su macOS
si tratta di un passo indietro. Limita la creatività, l’espressione, la comprensione, l’esperienza, il divertimento, l’originalità e, a differenza di tanti altri, questo è un limite che sacrifica la creatività e il risultato.
Facile fare discorsi molto lunghi e pensosi sui problemi che i social pongono in tema di accesso da parte degli adolescenti. Vanno di moda i divieti e pare che
funzionino poco, con sotto una problematica di privacy che viene normalmente trascurata.
Riservo le analisi e i pipponi (ne avrei) per una prossima volta e mi limito a una considerazione di base: nessuno pensa veramente agli adolescenti. I genitori rimangono sorpresi dall’età della ribellione, i docenti vorrebbero tenere l’ordine in classe, i residenti nei palazzi sopra la movida vorrebbero dormire. Tutto più che legittimo ma, appunto, a misura di adulto. Gli adolescenti sono soggetti spinti in fondo alla scala dei bisogni, che si arrangino e tornino a casa presto.
Ribadita
l’importanza istituzionale di HTML, c’è anche la quotidianità che preferiamo il più possibile scevra da orpelli. Lo aveva capito John Gruber e così ha creato
Markdown un sistema di marcatura semplificato capace di ridurre drasticamente la fatica di scrivere e aumentare della stessa misura la leggibilità del testo.
Era il 2004; l’idea ha fatto così tanta strada che, nella documentazione sviluppatori della terza beta di macOS 27,
c’è scritto che Markdown viene riconosciuto con un Uniform Type Identifier dedicato, UTI.
C’è una parte di utopia nell’evoluzione del digitale che, nella giusta dose, è come un buon dolce alla fine di una buona cena: pensavi che tutto fosse perfetto e invece si poteva fare ancora qualcosa di più.
Ma già gli Homebrew Club avevano una carica di utopia, pur nel loro pragmatismo di smanettoni. E poi Wheels for the Mind, Think Different, ma anche Alan Kay, Richard Stallman (con le sue sbavature e i suoi eccessi), Dave Winer, Tim Berners-Lee: tutti quelli che si sono seduti davanti a un’interfaccia con l’intento di uscirne migliori avevano dell’utopia in tasca, in grandi o piccole dosi.
Per affrontare il primo weekend di luglio mi sembra ideale qualcosa di inutilmente complesso oppure gustosamente improduttivo. La
produzione automatica di screenshot di emacs soddisfa entrambi i requisiti.
Ci sono anche i giustificativi: c’è una parte di emacs Lisp che è sempre elegante, esiste una comunità di persone che devono realizzare ampie quantità di schermate di emacs dentro emacs e per tutti e nove si tratta di una novità importante, se un five-minute hack diventa un surprisingly deep little rabbit hole vuol dire che potrebbe esserci perfino qualche merito.
Leggo Riccardo sempre con grande attenzione perché è uno dei pochi che scrive dopo averci pensato e avere un’idea complessiva dell’argomento. E poi so per esperienza che scriverà qualcosa di valore.
Capita che io non sia d’accordo e ci mancherebbe; capita che io sia d’accordissimo, come in questo
post sulla cosiddetta intelligenza artificiale, dove ha detto esattamente quello che c’era da dire, come andava detto.
Stufi di analisi su quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare AI (cit. Giorgio Gaber)? Molto comprensibile, ma prima di alzare bandiera bianca o lasciar cadere le braccia, riassumiamo la situazione in base alla conoscenza scientifica, a quella informatica, al buonsenso.
Lo dice perfino la
paginetta web messa su apposta, Xerox Alto è dove è cominciato il mondo delle interfacce utente grafiche.
Il simulatore di Alto, giustamente Salto per Alto Simulator, è pionieristico almeno quanto lo fu l’originale, e ugualmente ostico in assenza di buona conoscenze di base. Se ho capito bene gira su Linux, ha bisogno di una versione precisa (non aggiornata, specifica) di .NET e più di una parte è bacata, instabile, incompleta.