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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Sistemare i Css

All’inizio del digitale abbiamo perso tutta la raffinatezza tipografica sviluppata negli quattrocento anni precedenti. I vantaggi superavano d’altronde le rinunce.

Passati quarant’anni dal primo computer personale, si comincia a colmare il divario e a portare la tipografia ricercata anche nel digitale, grazie ai Css e ai font via web.

È quello che domani distinguerà quelli bravi e anche i contenuti buoni: la tipografia personalizzata e scelta esplicitamente.

In quest’ottica, avere un sistema riconosciuto e universale per riprodurre su una pagina web la tipografia del proprio computer è un progresso. Marginale, eppure progresso. Se non altro perché la tipografia dei sistemi operativi è curatissima e c’è da imparare.

Ne scrive Craig Hockenberry su furbo.org e raccomando la lettura, che è semplice e veloce.

Faccio per primo autocritica e invito chiunque a curare la propria tipografia, o a capire come curarla.

Chi fa da sé

Sillogismo: Apple preferisce controllare ogni anello della catena di produzione; Apple apre una fabbrica di microLed; ergo, Apple vuole produrre da sé i microLed che alla lunga sostituiranno gli Oled sugli schermi di iPhone, watch e magari altro.

Sbagliato e lo spiega bene Ben Lovejoy sulle pagine di 9to5Mac.

Apple vuole avere il primato tecnologico; gli Oled di iPhone X sono superiori a quelli su altri apparecchi, tant’è vero che li produce Samsung e fatica a tenere dietro alle specifiche.

Poi vuole avere la segretezza e poi, punto chiave, Jonathan Ive ha detto più volte che un buon design si ottiene anche facilmente; è più difficile avere un design facilmente producibile su scala industriale, magari in milioni di esemplari.

Apple ha in realtà aperto un avamposto di frontiera, dove toccare con mano le nuove tecnologie, riuscire a dominarle meglio dei concorrenti e sapere bene che cosa chiede (e può chiedere) ai fornitori. Ci saranno sempre fornitori esterni per gli schermi di iPhone, o almeno per una generazione.

Quei fornitori, però, dovranno produrre componenti con specifiche che nessun altro o quasi. Ecco dove sta la differenza e perché non è vero che i componenti sono tutti uguali.

L’inizio della fine

Fa gran piacere leggere un pezzo intitolato La fine di Windows, particolarmente se è documentato e preciso come quello su Stratechery.

Non sarà mai abbastanza presto ma sta accadendo. Soprattutto accade da dentro Microsoft, dove il primo a rendersi conto che il futuro aziendale dipende sempre più da altri fattori è proprio l’amministratore delegato. Il quale, invece di imporre scelte impopolari, ha operato con astuzia per fare sì che il gruppo di lavoro stesso si rendesse conto da solo di non essere più il punto di riferimento di una volta.

In questo modo Nadella ha avuto buon gioco nel riorganizzare Microsoft in modo che, per la prima volta, non esiste una divisione Windows.

Naturalmente nessuno ammazza la gallina che tante uova d’oro ha deposto; ma nel menu a lunga scadenza è previsto (buon) brodo. Una gran bella notizia.

Gente all’antica

Raramente si legge di informatica senza essere… informati che c’è il cambiamento continuo, costante, travolgente, niente è come era un minuto fa.

C’è un fondo di verità e contemporaneamente certe cose invece rimangono sempre le stesse, qualunque periodo sia trascorso.

A Recode per esempio si sono ricordati di un’intervista a Steve Jobs del 2010, che gli è venuta buonissima da ripubblicare visti i tempi.

Oggi sembra che una parte dell’attualità sia costituita da Facebook, dalla (mancanza di) privacy in rete, dal fatto che siamo seguiti da mille aziende e organizzazioni – Facebook è solo la più grossa e oggi quella nel mirino – mentre navighiamo. Invece la faccenda è talmente vecchia che il contesto era Ping, la rete sociale lanciata da Apple, fatta malissimo e cancellata senza che nessuno se ne sia accorto o quasi.

Steve Jobs nel 2010 diceva:

Privacy è quando che la gente sa a che cosa sta dando il consenso. In linguaggio chiaro e ripetutamente.

Jobs dice Qualcuno è disposto a condividere più dati di altri. Fagli dire che sono stanchi di sentirsi chiedere il consenso.

Nel resto dello spezzone Jobs cita questo atteggiamento come vecchio stile rispetto a molti altri colleghi della Silicon Valley.

Sembra novità parlare di privacy, mentre otto anni fa si diceva con chiarezza come stanno le cose. E dove conviene stare se si tenga alla confidenzialità del proprio stare in rete. Con quelli all’antica.

Ci siamo quasi

Se fosse solo una questione di vendere qualche macchina in più, Apple avrebbe apprestato una versione economica di MacBook per le scuole. In futuro forse lo farà, ma come prima mossa ha presentato un iPad che riconosce Apple Pencil, monta una versione di Pages orientata alla creazione di eBook ed è potente a sufficienza per la realtà aumentata. Il tutto al prezzo più basso che si possa avere per un iPad con contorno di software per l’amministrazione della classe e duecento gigabyte di iCloud.

I critici dicono che costa più di un Chromebook (che sarebbe oggi la scelta preferita delle scuole), non c’è innovazione, non fa quello che serve e signora mia, quando c’era Steve sì che ci divertivamo.

Di fronte a questo fallimento, che cosa viene in mente a Google, dominatrice del mercato appunto con i Chromebook? Per tramite di Acer presenta una tavoletta Chrome OS.

Che riconosce uno stilo quasi buono come Apple Pencil; pesa quasi identico, solo un pochino di più; è quasi sottile uguale, solo un po’ più spesso; come software ha zero dotazione extra, quindi fa quasi quello che può fare l’iPad education.

Ma il prezzo, signora mia. Lì sì che ci siamo. Esattamente uguale.

Volo a tre stadi

Ora che Apple si avvicina al trilione di dollari di capitalizzazione si moltiplicano gli articoli che spiegano come funziona il meccanismo. In altre parole, copiare la formula sta diventando facile; il problema però è la massa critica.

Questo articolo su Medium illustra perfettamente le dinamiche di successo di Apple dal lato oscuro: il riflesso condizionato, articolato in tre fasi, di chi la critica o ne critica i prodotti su base pregiudiziale.

Rabbia, discriminazione, accettazione. Prima sembra assurdo; poi ci si rende conto che non lo ė e allora si degrada la figura dell’acquirente, perché una persona sana di mente non comprerebbe. Infine, nei casi meno disperati, si ammette l’errore. Sempre questi tre stadi, per mandare in orbita un pensiero conformista e condizionato.

Ad avere un centesimo per tutte le volte che ho letto e sentito esattamente queste cose, sarebbe la ricchezza. Invrce è solo la soddisfazione di avere visto giusto anche quando nessun altro intorno lo voleva riconoscere. Niente ricchezza, ma sonno sereno e giornate lunghe e luminose come queste che arrivano.

A ognuno il suo linguaggio

Ogni tanto capita di leggere uno stratega della rete che vorrebbe, tipo, iTunes su Linux o iWork su Android, e adduce ragioni a suo dire assai profonde che invece si riducono alla stessa: voglio il valore senza doverlo pagare.

Passaggio affrettato

Se fosse una festa normale avrei un post elaborato di auguri e pure un pesce di aprile.

Invece ho una figlia che entra nel quarto mese e, direttamente e indirettamente, contribuisce a un combinato disposto di potenza formidabile che succhia qualsiasi momento di qualità.

Ho grandi auguri da porgere e un sacco di cose da scrivere. Inizia anche a liberarsi ora del tempo e per chi ha pazienza arriverà tutto.

Ora posso solo auspicare un po’ di fretta che sia una bellissima Pasqua: un passaggio verso un nuovo capitolo di vita, ancora più pieno ed entusiasmante. Siate affamati e folli sì, ma più di questo, gioiosi.

Ritorno dall’Ade

Curioso comportamento di un vecchio iPhone 4S oramai trascurato anche dalla figliolanza e rimasto per tutta la scorsa estate senza alimentazione.