QuickLoox

Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Cose da bambini

Leggo che Windows Phone avrebbe costituito lo 0,1 percento dei sistemi da tasca venduti nel primo trimestre dell’anno. Insomma è nullificato, solo che per cortesia lo si tratta ancora da pari. (No, non supererà iPhone entro il 2015)

Leggo poi che su alcuni (inconveniente, come da versione ufficiale, o esperimento?) sistemi Htc era montata una tastiera che riempiva lo schermo di messaggi pubblicitari e chiedeva soldi per smettere. Va bene costare poco, va bene accontentarsi del peggio, va bene l’utente considerato merce per l’inserzionista, ma forse si è superata la decenza.

Come si fa a veicolare prodotti che possano avere un successo di pubblico e contemporaneamente, quel pubblico risoettarlo?

Una via potrebbe essere pensare ad apparecchi che un ospedale potrebbe pensare di usare per tenere in contatto mamme con bambini in isolamento. Come linea di rispetto e utilità mi sembra accettabile.

Mai più con

È un periodo di mio scarso interesse per il software Mac. BBEdit copre le mie esigenze professionali e non vedo programmi così dirompenti da convincermi a cambiare abitudini in altri campi.

Ma non bisognerebbe confonderlo con un periodo di scarsità di buon software per Mac e anzi, è un ottimo momento per decidere se sganciarsi dai soliti noti che per carità, lavorano benissimo, se uno trascura lo spreco di risorse e di funzioni inutilizzate.

Per esempio, Transmit: straordinario per il trasferimento file, in edizione totalmente rinnovata. Non c’è prezzo di aggiornamento perché l’ultima versione principale è uscita… sette anni fa. Tuttavia per pochi giorni è in sconto e ci sarebbe da approfittarne, a trentacinque dollari. Durasse altri sette anni, sono cinque dollari l’anno. (E chi ha detto che le software house indipendenti non sfornano più buon software per Mac? Panic non ha mai smesso e, con Transmit, ha ripreso).

Per altro esempio, Acorn: È uscita una nuova versione piena di novità tra le quali la possibilità di disporre testo lungo un tracciato. Costa 14,99 dollari. Se serve appena, c’è neanche da parlarne. Io sono di altra parrocchia e Pixelmator fa tutto quello di cui ho bisogno; un altro programma indipendente di ottima fattura. Quanti hanno veramente bisogno di Photoshop, per carità. Non ne ho bisogno e ne sono lietamente privo. Probabilmente sono in tanti, cui è sufficiente un programma economico e di qualità come Acorn.

Per esempio ulteriore, Scribus che aggiungo anche come provocazione e che comunque ha ricevuto un aggiornamento veramente significativo a maggio. Se uno ha provato Scribus l’anno scorso e poi più, dovrebbe dargli una nuova possibilità.

InDesign? Monopolio inscalfibile? Monopolio sì, inscalfibile no. Per un piccolo lavoro, con un fornitore amico, in circostanze favorevoli si può e si deve provare a introdurre della diversità. La si potrebbe trovare conveniente.

Nessuno vuole male a InDesign, ma per esperienza le dinamiche sono più sane dove il software è più aperto. Si vuole semplicemente un mondo dove uno tra dieci possa dire mai più con e vivere tranquillo come gli altri nove.

La catena del lavoro

L’amico Akko mi fa sapere di aspettare da due settimane una risposta alla email che riporto di seguito:

Buongiorno, leggo che avete “sfornato” da poco la prima classe di graduati della Apple Academy. Noi saremmo interessati a ingaggiarne uno, per ora per un lavoro che impegnerà circa sei mesi e potenzialmente per una assunzione a tempo indeterminato alla fine. Come faccio a far pervenire ai ragazzi una proposta?

La email è stata spedita il 5 luglio all’indirizzo developeracademy@unina.it, che appunto corrisponde alla Apple Academy.

Una piattaforma affamata di talenti, strumenti eccellenti per impratichirsi, un luogo dove imparare e formarsi, ragazzi entusiasti che guardano a un possibile nuovo mestiere e comunque a una preparazione non comune.

Una catena promettente, solo che manca un anello, piccolo piccolo.

Aggiornamento: le cose si muovono e può darsi che avremo un lieto fine. Davvero un anellino.

La carta della nostalgia

I sempre più benemeriti di Archive.org hanno aggiunto un nuovo emulatore dei tempi andati alla loro crescente raccolta: non hanno solo un Mac, ma addirittura HyperCard, usabile come fosse il 1987, dentro un comune browser.

Sostengo che l’esperienza vada assolutamente compiuta dato che HyperCard è stato un pezzo di software straordinario e geniale.

Ma non scriverò in anticipo sui tempi perché, quando i tempi sono arrivati, era rimasto indietro, spettacolare per la sua epoca ma di poco aiuto andando avanti.

Da provare, appunto. Semplicissimo, intuitivo al massimo… ma inadatto a sostenere la prova di Internet. Se uno ci pensa, HyperCard – con le pagine di stack pronti da lanciare – è un perfetto prototipo dell’interfaccia del primo iPhone. Da lì però si vuole entrare in una esperienza diversa.

E la programmazione. Sono un sostenitore di AppleScript e sicuramente la natura stupendamente modulare di HtperCard semplificava una marea di cose. Ma siamo sicuri che fosse così più semplice AppleScript di JavaScript? O di un Python?

E gli stack. Antesignani dei siti, certo. I quali, però, hanno tutt’altra flessibilità.

Teniamocelo stretto HyperCard e facciamo visite periodiche ad Archive.org per giocarci, per impararlo a memoria e mostrare agli archiviatori che vale la pena conservarlo con un occhio di riguardo. Occupa un posto importante nella nostra storia anche se non lo abbiamo mai usato.

Ciò detto, lanciamo Swift Playgrounds su un iPad con iOS 10 e facciamoci due domande, se non sia il caso di coltivare la nostalgia ma lavorare intanto sul progresso.

Milioni di milioni

Lettura raccomandata quella di Jason Snell su MacWorld perché porta una ventata di informazione nel delirante panorama delle illazioni sul prossimo iPhone. Segnatamente sull’ipotesi che Apple possa proporre un modello molto evoluto e molto costoso da vendere in quantità relativamente piccole dove invece i grandi numeri sarebbero riservati agli ordinari, averne, iPhone 7S e 7S Plus.

All’idea di pezzo prezzo più alto ci sono commentatori che si scatenano subito e mancano completamente di cogliere il succo della questione, ottimamente spiegato da Snell. Appke può permettersi di inserire in iPhone tecnologia inseribile in duecento milioni di unità annue, più o meno.

Viene fuori che nessuno dei concorrenti di Apple si avvicina neanche a queste cifre: la vera tecnologia da capogiro di iPhone è la sua catena di montaggio. Mai un prodotto si era venduto in tanti numeri tanto in fretta.

Ne segue che, se arriva un progresso tecnologico per ora impossibile da trasmettere a duecento milioni di unità, Apple si trova all’angolo, tra il doverla trascurare o adottarla solo su una frazione della produzione.

Ciascuna opzione ha pro e contro. Comunque vada a finire, andrà ricordato che il prezzo di iPhone non è una rapina; è dettato da mille fattori tra i quali anche la tecnologia che vi si trova dentro oltre che, nel caso di una macchina venduta in quantità limitate, la domanda.

E non è obbligatorio cedere al canto delle sirene: in casa c’è chi usa iPhone 7 con profitto e a ragione; non sono io, che ho scelto di stare con un iPhone 5 fino a che dura. Perché è quello che mi serve.

Un addio di lusso

Mentre le news sono piene di speculazioni surreali attorno al prossimo iPhone e mi chiedo come si possa parlare ma soprattutto leggere seriamente su un prodotto che per due mesi almeno non esiste ancora, succedono cose come la chiusura di Vertu.

Fondata nel 1998 da Nokia per vendere telefonini di lusso a persone ricche disposte a spendere tipo diecimila dollari per modelli in pelle umana o tempestati di pietre preziose, dopo il tracollo del gigante finlandese è andata in mano a faccendieri il penultimo dei quali l’ha venduta all’ultimo glissando su debiti per 165 milioni di dollari che sono saltati fuori solamente dopo.

Da tempo Vertu non pagava bollette, stipendi, fornitori e quant’altro è possibile pagare per un’azienda. Chissà se la data di inizio della rovina è in relazione con quella dell’acquisizione del ramo cellulari di Nokia da parte di Microsoft. Sarebbe un ennesimo successo per quelli che celebravano il funerale di iPhone con la processione-burla in mezzo agli uffici.

Che mi sono perso

Fare uscire una lista dei cento migliori giochi oggi esistenti per Mac a metà luglio è un colpo bestiale di marketing e una coltellata intercostale per chi è tenuto a produrre.

Mica tanto per queste settimane, quanto in generale. Mac non è considerato piattaforma di gaming, però a guardare la lista non mi viene da soffrire. Su certe cose sono arrivato, come Dwarf Fortress, Hearthstone, World of Warcraft. Me ne mancano decine e decine, ciascuna delle quali chiede una consistente fetta di vita per essere apprezzato.

Impossibile arrivare su tutto e non c’è bisogno di tirare in ballo l’anagrafe: anche un gatto adolescente con davanti nove vite non ha abbastanza tempo per praticare la parte interessante di giochi della lista (che oltretutto condivido quasi del tutto: mancano alcuni titoli, per il mio gusto).

La paginata di MacGamerHQ costa perché mi mostra non solo dove non arriverò, ma anche e soprattutto che cosa mi sono perso finora. I giochi belli su Mac sono legioni.

Chiavette e modernariato

Adesso la chiavetta Wind per la connessione dati su Mac ha ripreso a funzionare. Il problema è che la collegavo direttamente al mio MacBook Pro (inizio 2009).

Disintossicazione infantile

Si leggono cose tremende sull’assuefazione dei bimbi ai device, la necessità di contingentare il tempo davanti allo schermo, la luce blu che complica il sonno eccetera.

Aggiorno semplicemente una mia esperienza personale, privo di ambizioni statistiche.

Per tutto l’anno Lidia – che al momento si avvicina ai tre anni compiuti – ha chiuso le giornate giocando su iPad o guardando video YouTube su iPhone. Molto spesso, a un certo punto della serata, ha chiesto espressamente questo o quell’apparecchio, questo o quel gioco.

La ragazza è un tesoro ma ha anche un caratterino e, se si impunta su qualche cosa, si mostra determinata (eufemismo). Giusto per contestualizzare.

Per un mese ci siamo trasferiti a lavorare, il sottoscritto, al mare e il resto della famiglia a godersi il mare. Ho messo i device della figlia nello zaino della tecnologia che ci ha seguito nel viaggio, ma li ho lasciati lì dentro. Non sono mai stati richiesti, né cercati, neanche il primo giorno.

Ora siamo tornati da una settimana. La casa di prima, le abitudini di prima, ma Lidia non ha mai chiesto i suoi device. Fatto cento l’utilizzo giornaliero durante gli undici mesi precedenti giugno, il dato di quest’ultimo mese è esattamente zero. Il dato della prima decade di luglio è zero.

Se domani chiedesse di nuovo iPad o iPhone, glieli darei. Unica regola che è sempre stata in vigore: dopo il tramonto.

Tutto questo sul pericolo che gli apparecchi digitali creino traumi di crescita e distolgano irrimediabilmente i piccoli dal mondo reale, sui campus per la disintossicazione digitale, sul rischio della tecnologia per i bambini.

Ho l’impressione che, quando c’è, il problema sia del singolo bambino, della singola famiglia, del singolo genitore; ma questo vale sempre, dal gioco al cibo alla scuola allo sport. Trovo solo logico che valga anche per un iPad.

Per la precisione

watch supera in vendite qualsiasi produttore svizzero di orologi con l’eccezione di Rolex e l’intero mercato svizzero vale circa 28 milioni di unità, mentre quello degli apparecchi indossabili ha passato i quaranta.

Vedo altri casi Nokia all’orizzonte, o sulla riva del fiume se si vuole. Apple ha mostrato di saper fare un orologio; invece i fabbricanti di orologi, quando devono fare computer, perdono precisione.

La partita più pazza del mondo

Apprezzo il football americano e la fantascienza, solo che non riesco a ricordare il titolo di quel libro dove il football si giocava alla morte nel campo costituito da una città deserta, nella quale il portatore di palla poteva nascondersi in un edificio o dentro un tombino e la squadra avversaria poteva schierare un cecchino alle finestre (trovato).

Ne ne sarei fatto una ragione perché è arrivato 17776, un racconto distopico sull’evoluzione – o degenerazione – del football che è anni luce avanti. Mentre scrivo, la storia deve ancora completarsi. Quello che c’è già ha portato via la buona parte di una notte, come ogni lettura avvincente che si rispetti.

A questo proposito, adoro i libri di carta. Quello che si può fare con il web tuttavia, senza effettacci gratuiti ma con una storia che merita e un pizzico di creatività, beh, è un’altra cosa e non tornerei mai indietro al 1987, prima dei browser, prima dell’internet.