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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Una che non ce la fa proprio

Apple ammette che i suoi computer non funzionano. Niente male come scoop, eh? È la traduzione di Casey Johnston della frase Apple ha avviato un programma di sostituzione gratuita delle tastiere a farfalla difettose su vari modelli di MacBook e MacBook Pro. Gli iMac, per dirne una, funzionano nonostante il titolone.

(L’effetto di sottolineatura dei link nell’articolo di Johnston è peraltro ben pensato. Detto a margine).

Se non funzionassero, tutti, ci sarebbe un programma di richiamo dei computer, non di sostituzione delle tastiere, effettuata la quale i computer insisterebbero nel non voler funzionare.

Quanti non funzionano, sul totale? Apple parla di small number, certamente pro domo sua. Johnston non lo sa – o sarebbe ansiosa di dircelo – e così, per non sbagliare, parla come se fossero il cento percento.

Un valore appena appena eccessivo. Scrivevo Uno su dieci non ce la fa e ho sbagliato a dare a intendere che potesse essere un insieme chiuso, mentre intendevo una percentuale. Se i computer interessati sono un milione, e quelli difettosi sono, sparo a casaccio, il tre percento di un milione, il consiglio non comprateli che chiude l’articolo è un’offesa al pensiero logico. Di una che proprio non ci arriva.

Quei fluidi robot

Dai backup è saltata fuori una vecchia copia di Super Daleks la quale peraltro, su High Sierra, è ingiocabile. Chi fosse pratico potrebbe lavorare nel codice sorgente, magari, essendo i difetti solamente grafici.

Ho provato a recuperare una copia del giochino adatta ai tempi moderni, senza successo. Ci sono diverse versioni di Daleks, però richiedono tutte l’emulazione. L’elenco più completo è quello di Mac GUI. Il premio per la migliore presentazione del programma va a Daleks Forever. Chi non ci avesse mai giocato, dovrebbe partire da qui.

Al momento, per provare l’esperienza con High Sierra, occorre emularla, dentro SheepShaver oppure in una qualunque macchina virtuale che faccia girare Mac OS 9 o un Mac OS X sufficientemente vintage.

È un bel modo di razionalizzare lo shock culturale che indusse il primo Mac (la percentuale di chi ha giocato a Daleks tra quanti hanno usato il primo Mac deve stare attorno al novantanove percento del totale). Daleks in quanto tale è solo un adattamento di un’idea di gioco molto semplice che esisteva da tempo. Giocarlo su web, senza animazioni, grafica elementare, illustra come i cervelli di quei tempi vedevano un campo di gioco dove il protagonista viene incalzato da robot sempre più vicini. Poco più dell’idea astratta, giusto il minimo.

Poi arrivò Mac. La grafica era sempre elementare, solo che i robot si distinguevano da una macchia di polvere sullo schermo. E scivolavano fluidi e inesorabili verso il protagonista, invece che farsi cancellare e ridisegnare in una nuova posizione. Veniva da affrettare la mossa, che in un gioco a turni non ha senso. Ed è il segno distintivo di un grande gioco a turni.

L’anziano specialista

Nella casetta dei genitori al mare c’è un iMac G5, alias PowerMac8,2.

Passa buona parte dell’anno spento, con in testa un coprischermo, giusto per la polvere. La temperatura della casa scende a valori invernali e l’umidità regna sovrana.

Ogni tanto qualcuno arriva, lo accende, gli collega una chiavetta di connessione Internet e lui resta acceso giorno e notte. Il massimo di riposo è andare in stop quando si parte per una gita. D’inverno si ritrova all’improvviso con i termosifoni a potenza piena, d’estate le temperature sono da mare, attorno ai trenta di giorno e venti-venticinque di sera.

In verità fa solo quello, salvo eccezioni. Sta acceso, fa andare la chiavetta. Non ci sono dati da custodire o utenze da proteggere. Fatica zero. In compenso non si è mai guastato, non è mai stato aperto, non è mai stato espanso o modificato lato hardware. Lato software, arriva a Mac OS X 10.5.8 e niente più.

Quanti anni abbia, lo lascio scoprire a chi segua il link più sopra. Qui posso dire da quanto tempo nessuno effettua un backup.

Time Machine non effettua il backup del tuo Mac da 3060 giorni

Se incontri qualcuno che parla di obsolescenza programmata e dei computer costruiti per durare oltre la garanzia e poi rompersi, salutamelo caramente.

Il senso dei tedeschi per la gerarchia

C’è stato un tempo in cui ho apprezzato Ragtime, uno di quei programmi di impaginazione tuttofare ideali per un volantino, un pieghevole, una pagina pubblicitaria, capaci di combinare testo ed elementi grafici con grande libertà ed efficacia. Che consentivano di essere creativi senza pensare allo strumento, semplicemente sfruttandone le possibilità.

Nel tempo le mie esigenze sono cambiate e Ragtime non è più stato una priorità. Però ho sempre seguito le loro newsletter, perché quando un prodotto ti lascia una impressione positiva, tendi a ricordartene.

Mi ero dimenticato invece che fossero tedeschi, gente come tutti con tante doti e qualche difettuccio. Nel caso dei tedeschi, un certo qual complesso di superiorità.

E difatti riescono a titolare nell’ultima newsletter una cosa come

Il nuovo macOS 10.14 (“Mojave”) di Apple è compatibile con RagTime 6.6.

Il senso è chiaro e si coglie anche la soddisfazione di bravi sviluppatori. Però via, si poteva anche scrivere all’inverso. Da un tedesco, dopotutto, ci si aspetta che colga il senso di una gerarchia.

Un viaggio inaspettato

Quando salto un giorno di blog vado a dormire di cattivo umore e questo dà la misura di come mi senta dopo due mesi di assenza. La parte positiva è che questo iato mi ha ridato l’idea del valore di quello che faccio (non fosse altro che a titolo personale) e chiarito che la voglia di proseguire è più viva che mai. Subito ringrazio chi mi ha chiesto notizie; ogni mail, ogni messaggio è stato un pungolo importante.

È successo che, di ritorno da un viaggio, abbia trovato il Mac morto. Il giorno prima c’era stato un temporale, forse coincidenza, forse causa. Impossibilitato per tutta una serie di ragioni (fortunatamente non economiche) a mettere lì un altro Mac e semplicemente ripristinare un backup, ho pensato di cogliere l’occasione per rinnovare il motore del blog, cosa covata a lungo e mai avvenuta.

Ed è iniziato il mio piccolo viaggio inaspettato.

Dovevo occuparmi di Octopress 3, di jekyll; mentre dedicavo il poco tempo disponibile alla questione, mi sono ritrovato a riflettere su che cosa volevo veramente dal blog. Non è mai stato denaro, né autoaffermazione né capriccio; piuttosto un risultato umano – stare in contatto con persone belle e interessanti – e tecnico, imparare cose nuove.

Il primo mi spronava a ripartire prima possibile, abbastanza scontato. Il secondo… più mi addentravo nelle procedure che mi servivano, meno mi interessavano. Il livello di apprendimento che potevo raggiungere non valeva la fatica. Ho scoperto, lentamente, che ero disposto a fare più fatica, a patto di avere molto più da imparare.

Per questo, nel tempo, l’obiettivo si è spostato da ripartire a capire che cosa volevo. Il tempo, già poco, si è dileguato nell’analisi lenta di alternative e di specifiche. Ora ho le idee molto più chiare e so che per avere quello che ho adesso, alle condizioni che desidero, impiegherò molto e il risultato sarà anche più modesto dell’attuale, almeno inizialmente; tuttavia avrò la soddisfazione di essermi avvicinato al codice come non avrei mai immaginato e sopratutto di farlo in un ambiente software che amo. Il poco che sarò riuscito a fare sarà in parte merito mio.

Cosa importante, starò lontano dalle soluzioni troppo semplici e omologate. Usare Wordpress è facilissimo e per questo è il motore più usato su Internet. Lo ha adottato persino Seth Godin, guru del marketing online.

Massimo rispetto per chi lo sceglie o pratica alternative equivalenti. Preferisco essere maggiormente padrone dei miei strumenti, anche a costo di rinunce. E avere la possibilità di segnare una differenza, disposto a rischiare che sia a mio sfavore.

(Rinunciare ai motori omologati comporta la sostanziale necessità di frequentare GitHub, da poco uno dei tentacoli di Microsoft. È un caso in cui scegliere il male minore, sperando che la situazione migliorerà).

Contemporaneamente mi sono reso conto che, è questo è un merito, jekyll mi ha consentito di recuperare facilmente la versione di Octopress usata fi qui, risolvendo al mio posto una intricata problematica di conflitti tra versioni software e installazioni di componenti esoterici.

Dunque, si riparte. All’apparenza non è canbiato nulla. In realtà sono affascinato e spaventato il giusto da quello che ho deciso di volere raggiungere. E nel frattempo ho di nuovo il vecchio motore, per quanto obsoleto; posso di nuovo comunicare e intanto studiare, provare, apprendere.

Affascinato e spaventato, più o meno come Bilbo Baggins nella camera del tesoro e, anche, di Smaug. Non possiedo la malizia dello hobbit; però il peggio che mi possa capitare è cestinare un esperimento malriuscito. Ho solo da guadagnarci.

Grazie a chi fosse ancora in ascolto, per la grande pazienza e la fiducia.

il tempo è sempreverde

Sono passati dodici anni da quando Greenpeace lanciò la campagna Green My Apple che denunciava la presenza di agenti inquinanti in MacBook Pro.

Ne scrissi su Macworld Italia in questi termini. La vicenda, da un punto di vista di Rete, è invecchiata male perché molte pagine web al centro della questione non sono più raggiungibili. Inoltre, scrivendo per la carta, usai Url sintetici che, passati dieci anni, sono scaduti.

Mentre scrivo lavoro a un restauro dell’articolo che devo ancora terminare. La faccenda è già tuttavia più che comprensibile anche a chi nel 2006 non fosse ancora nato.

(La conservazione di un ipertesto suggerisce riflessioni fuori luogo ora, che però trovo interessanti e sulle quali vorrei parlare una prossima volta).

Ripesco una pagina da un altro decennio perché succede che nel frattempo Apple abbia annunciato l’alimentazione di tutte le proprie sedi al cento percento con energia rinnovabile. Per le dimensioni attuali di Apple, è un traguardo inusitato.

Impensabile che dodici anni fa a Cupertino non fossero al lavoro su questo traguardo. Rileggere le gesta di Greenpeace alla luce di questo sviluppo fa pensare a bambini che giocano a fare i grandi; oppure a furbastri opportunisti che infatti, oggi, cantano le lodi di Tim Cook.

Opportunisti in quanto Apple si trova anche alla seconda generazione di robot che riciclano iPhone e Greenpeace è critica Entusiasmo per l’energia rinnovabile, insoddisfazione (perché, poi?) per il robot che ricicla. In fondo è un progresso; dodici anni fa mettevano in croce l’intera azienda a partire da un MacBook Pro, oggi hanno capito che un’organizzazione di centomila persone può fare anche più di una cosa per volta.

Resta il fatto che affibbiavano patenti farlocche di ecologicità in base alle promesse fatte dalle pubbliche relazioni delle aziende. Apple non ha mai promesso niente, ma da qualche parte, sul consumo energetico responsabile, sembra sia arrivata. Per Greenpeace è stata solo pubblicità facile; non sapevano niente e niente avevano capito.

Il tempo, parlando di ecologia, è sempreverde. Uguale a se stesso, non cambia mai. Dove invece c’è del marcio, passa il tempo e il tanfo aumenta. Ricordarsene per la prossima guasconata dei greenimpiccioni.

La metà buona

Tocca scaricare in urgenza una versione di Pages su iPhone ma App Store eroga via connessione cellulare solo oggetti che pesino meno di centocinquanta megabyte. L’unica alternativa è il McDonald’s qui davanti.

Il cui Wi-Fi, incredibilmente, eroga la metà di un gigabyte in tempo ragionevole, senza errori o interruzioni o intoppi vari.

O il servizio è decisamente migliorato, o facevo meglio a giocare due colonne di Superenalotto.

Il gusto di cambiare le regolari

Si sarà capito che è un momento di molto impegno e poco tempo residuo. Se non altro posso applicare qualche espressione regolare. Niente di geniale, ma piccole cose che improvvisamente modificano qualcosa di altrettanto piccolo in cinquanta file e fanno percepire concretamente il risparmio di tempo. Una di queste, nella figura sottostante, trasforma in numero a inizio capoverso in un tag Html che si chiude pure da solo a fine capoverso.

Una piccola ma soddisfacente espressione regolare che cambia un numero in un tag

Ripeto, sono cose piccole, però il risparmio di tempo lo si tocca con mano ed è un sollievo. Ci sono corsivi che devono diventare grassetti? (</?)em(>) diventa \1strong\2 ed ecco fatto.

Spero che qualcuno le stia insegnando a scuola, le regex. Qualcuno lo fa?

I cento passi

Oggi Susan Kare riceve uno dei massimi riconoscimenti per un designer.

Kare disegnò le icone del primo Macintosh, su griglie di carta, anche se Andy Hertzfeld creò un editor apposta per lei quando iniziò a lavorare per Apple.

Oggi ha sessantaquattro anni ed è scontato dire che sia diventata un’icona di per sé. Meno scontata è la porzione del suo lavoro che si è eternata in miliardi, ho detto miliardi di computer, solo una piccola parte dei quali sono stati Macintosh ma che hanno semplicemente abbracciato quel modo di rappresentare funzioni e comandi.

Quante altre persone hanno influenzato un’epoca attraverso miliardi di prodotti, di tutte le marche possibili? Poche.

Kare indirizzò un altro grande designer, Paul Rand, da Steve Jobs quando quest’ultimo cercava un logo per NeXT.

Rand presentò la sua proposta di logo sotto forma di un agile libretto di cento pagine che accompagnava il lettore, passo dopo passo, a scoprire il percorso che portava al logo.

Quando chiesero a Jobs come fosse stato lavorare con Rand, rispose:

Gli chiesi se avrebbe presentato qualche alternativa e disse “No, risolverò il tuo problema e tu mi pagherai. Non sei obbligato a usare la soluzione. Se vuoi alternative, vai a parlare con qualcun altro”.

Mi sono trovato a volte nella parte del designer, di testo; affari di copywriting e pubblicità. Proporre dieci alternative al cliente è facilissimo; proporne tre impegna. Proporne una, può permetterselo Paul Rand e forse qualcun altro.

Alzi la mano chi può motivare una sua scelta di design in cento pagine.

Avanti, un altro

Jonny Evans si chiede su Computerworld che destino avrà SuperDrive, visto che in macOS sono rimaste pochissime applicazioni a trentadue bit – destinate a sparire – e una di queste è Dvd Player.

A parte il fatto che suppongo sia sufficiente ricompilare la app per i sessantaquattro bit, la legge di Betteridge autorizza a pensare che SuperDrive resterà in vendita come accessorio e in qualche modo si procurerà di tenerlo funzionante.

Oppure no. Come articolo è una madeleinette che riporta alla mente i tempi felici in cui Apple veniva criticata per non inserire un lettore Blu-ray nei Mac e da lì, a cascata, eliminazione prima di eliminazione, alla loro madre: quella del lettore di floppy.

Avvenuta, si ricorderà, dieci anni prima che Sony ne cessasse la produzione.

Ora di camminare guardando avanti invece che le punte di piedi o, come i più tenaci, i talloni.

Una croce sopra

In attesa dei risultati finanziari di Apple attesi per il primo maggio, una ricerca di Counterpoint asserisce, scrive Cnbc, che iPhone abbia assorbito l’ottantasei percento dei profitti dell’intero mercato dei computer da tasca durante il trimestre natalizio. Fino a qui siamo abituati.

Più originale è il risultato ottenuto dal solo iPhone X: ventuno percento del fatturato totale del mercato e il il trentacinque percento dei profitti sempre totali.

Sono numeri fuori da ogni consuetudine. Cnbc li sintetizza in una statistica disarmante:

iPhone X ha generato cinque volte i profitti di oltre seicento produttori di Android.

Ho la sensazione che Apple, se questi dati anche solo si avvicinano alla verità, abbia il fermo proposito di vendere un sacco di iPhone X e quindi farli con cura, progettarli senza economie, metterci dentro tutta l’intelligenza e il talento di cui dispone. La ricompensa potenziale è evidente.

Quei seicento produttori che guadagnano poco o nulla e che alla fine neanche il pubblico conosce, quanta motivazione hanno per fare bene sul loro prossimo modello? Avere davanti cento concorrenti invece di duecento, e continuare a guadagnare poco o nulla?

Io ci metterei una croce sopra. O una X.

Si sta meglio qui, su questa riva

Lo scriveva Giovannino Guareschi, ovviamente su tutt’altre altezze letterarie e, anzi, nella fattispecie poetiche.

Molti piani più in basso, mi accontento di parlare di come ogni tanto si possa legittimamente dubitare del proprio ecosistema: avrò scelto bene? Forse ho sottovalutato le alternative? Non avranno ragione quelli che dicono di spendere meno che tanto è uguale?

Soprattutto, ci sono quelli che dicono non è più come una volta. La qualità è diminuita, un mio amico si è lamentato, dicono che ha i difetti di produzione, non ascoltano i professionisti, mancal’innovazioneperchénonc’èpiùSteve. Farò bene a scegliere Apple ancora oggi? Non è che sto perdendo un giro o i tempi sono cambiati?

Passo la parola a uno che se ne intende anche in quanto sempre superbamente aggiornato all’ultimo modello di tutto: Federico Viticci su MacStories.

Dalla fine dello scorso anno, comunque, sono testimone di un cambiamento progressivo che mi ha fatto capire come la mia relazione con lo hardware e il software di Apple sia cambiata. Mi sono progressivamente addentrato nell’ecosistema Apple e non percepisco più come inferiori vari aspetti di servizio.

Chi segue Viticci sa che non ci va leggero con l’aggiornamento tecnologico, né con i test di prodotto. Sa anche come sia tutt’altro che un allineato su Apple, specialmente in software e accessori.

Chi non lo segue, lo faccia stavolta e mi dica se la sua è una posizione equilibrata oppure no.