QuickLoox

Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

E ora qualcosa di ragionevolmente diverso

Nei giorni scorsi è mancato Dean Allen, un personaggio sottovalutato nella storia di Internet.

La migliore commemorazione è arrivata da Om Malik.

Allen, tra molte altre cose, è stato l’artefice primo di TextPattern, un sistema di pubblicazione contenuti altrettanto sottovalutato.

Ogni installazione di TextPattern tiene viva l’opera di Allen. In quest’epoca preferisco i siti statici – e devo ancora trovare il coraggio di aggiornare queste pagine a Octopress 3 – però suggerisco a tutti i fautori di WordPress di considerare una alternativa più sicura e snella, con diverse piccole sorprese interessanti rispetto al canone.

Al video quel che è del video

Grazie a MailMaster C. per quanto segue!

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Vedo che la querelle nell’utilizzo di Mac/Win in ambienti vari è sempre viva nel tuo blog, quindi mi permetto di segnalare un caso di parità! :)

Il 25 novembre scorso sono andato all’Auditorium di via della Conciliazione a Roma ad ascoltare i Pink Floyd Legend.

L’esecuzione di per sé non ha brillato, secondo me a causa dell’acustica non perfetta, anche se l’auditorium di solito è fatto proprio per questo e la capacità tecnica di esecuzione è indiscutibile, ma a me e ai miei amici è parso che il mixer audio non fosse ben regolato, eppure eravamo a 4-5 metri dietro il mixer (tradizionalmente uno dei migliori posti per ascoltare bene i concerti).

In allegato la foto del mixer audio.

Il mixer audio dei Pink Floyd Legend a Roma

Gli effetti speciali visivi erano invece regolati da un anonimo portatile: a noi i giochi di luce sono piaciuti! :))

Il mixer audio dei Pink Floyd Legend a Roma

Giusto per farsi due risate, sia chiaro: le guerre di religione non mi sono mai interessate! :)))

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Non tutte le ciambelle escono col buco, il che sta benissimo nel contesto di uno spettacolo con lo schermo circolare. Avevo fatto un pensiero al concerto previsto a Milano per il 26 febbraio, ma se l’audio non è ottimale… ci ripenso.

Giochi al tempo della carta

Se veramente il PowerBook 1400 che Paolo mi ha segnalato su eBay verrà venduto a 13.099 euro, vorrà dire che forse questa cosa del retrocomputing sta sfuggendo di mano.

Disciplina altrimenti reverendissima quando presa in giuste dosi, se vaccinati dal meme si stava meglio quando si stava peggio.

Per esempio questa rievocazione della creazione di Tempest, videogioco straordinariamente innovativo per il suo tempo.

Un tempo dove un programmatore di punta in Atari, azienda di punta nel settore, scriveva il codice del gioco a mano e lo passava a dattilografi che lo inserivano in un minicomputer per il successivo debugging.

Curiosità su Tempest? Lo si può giocare in macOS 9 sotto forma di un clone di nome Arashi oppure sotto Mame, dopo avere reperito le Rom del gioco su Google.

Qualunque faccia

Quaranta mesi fa mi hanno spedito la tessera sanitaria della figlia nata da pochi giorni.

Nonostante l’aspetto ineccepibile, era una tessera provvisoria. Ho dovuto portarla all’Asl per ricevere in cambio un foglio di carta e, forte di quello, attendere la tessera definitiva che è arrivata una manciata di giorni dopo.

In pratica, ho ricevuto due tessere (uguali) per tenerne una e ho passato una mattina all’Asl per ricevere la tessera a casa. Il tutto ben prima che la figlia compisse il primo mese.

Il buonsenso mi fa pensare che nella procedura ci siano alcuni sprechi, di tempo, materiali, passaggi burocratici.

Ieri mi è arrivata la tessera sanitaria della figlia nata da pochi giorni. La figlia è un’altra, sono passati quasi tre anni e mezzo, ma la procedura è rimasta esattamente quella.

Mi dicono che a marzo ci siano le elezioni. Se sento un candidato dire spediremo la tessera sanitaria dei nuovi nati a casa loro in un solo passaggio senza importunare i genitori che hanno già varie cose a cui pensare, lo voto qualunque sia la lista, qualunque sia la faccia.

Panorami suggestivi

Il fotografo Vincent Laforet, scrive Kottke, pubblica sul proprio account Instagram foto panoramiche scattate dal ventre di un aereo a sette chilometri di quota, con risultati affascinanti.

L’erede

La migliore piattaforma libraria alternativa possibile è StreetLib di Antonio Tombolini, utilizzabile (la piattaforma) via browser così come via app.

Virus e probiviri

Ho avuto una interessante conversazione con Stefano Paganini a proposito dell’obbligo di installazione di antivirus sui sistemi informatici che amministrano dati personali (ovvero tutti) in ambiti vari come il giornalismo, la ricerca scientifica, l’azienda eccetera. Il tema era Su Mac, dove un antivirus è sostanzialmente inutile, che si fa?

Il punto ovviamente non è funzionale. Esistono gli antivirus per Mac, sommamente inutili ma esistono. Il punto è soddisfare l’improbabile ma tutt’altro che impossibile visita del finanziere in verifica dell’applicazione della legge.

Legge che credo consista nel decreto 196 del 2003. L’Allegato A recita:

  1. I dati personali sono protetti contro il rischio di intrusione e dell’azione di programmi di cui all’art. 615-quinquies del codice penale, mediante l’attivazione di idonei strumenti elettronici da aggiornare con cadenza almeno semestrale.

  2. Gli aggiornamenti periodici dei programmi per elaboratore volti a prevenire la vulnerabilita’ di strumenti elettronici e a correggerne difetti sono effettuati almeno annualmente. In caso di trattamento di dati sensibili o giudiziari l’aggiornamento e’ almeno semestrale.

Che si fa?

Intanto si fa studiare bene da un avvocato la faccenda. Non ho tempo né laurea in giurisprudenza per esprimere pareri definitivi, ma ho il sospetto che esistano campi di attività nei quali questi obblighi non sussistono, diversamente dalla vulgata per cui se hai un’azienda deve esserci l’antivirus, se sei un professionista devi avere l’antivirus eccetera. Posso sbagliare, magari sto leggendo il decreto sbagliato, ma azzardo che non sia detto.

Secondo. Il problema non è tanto seguire la legge, che come al solito è scritta da un incapace di intendere. È convincere il finanziere ad andarsene a mani vuote.

Come si vede, non si parla di virus, ma generici programmi malevoli. Che – risparmio l’esegesi dell’articolo 615-quinquies – possono causare distruzioni o furti o danni ai dati personali.

macOS non ha un antivirus propriamente detto. Soprattutto non è visibile direttamente. Ha una funzione chiamata File Quarantine/Known Malware Detection che analizza i file in arrivo sul computer e li blocca se li riconosce come *malware**. Inoltre, con GateKeeper, da la possibilità da Preferenze di Sistema di bloccare l’esecuzione di programmi non verificati.

La parte più accessibile di File Quarantine è XProtect, reperibile in Sistema/Libreria/CoreServices.

XProtect

Dentro il bundle di XProtect si trova un file .plist che contiene l’elenco dei *malware** riconosciuti.

Come si vede, il mio XProtect è aggiornato a novembre scorso. Apple lo aggiorna ogni volta che creda opportuno.

Domanda: è sufficiente avere installato macOS – contenente XProtect, il cui funzionamento è automatico – per dire di avere attivato lo strumento?

Domanda: XProtect è considerabile strumento informatico idoneo?

Domanda: XProtect si aggiorna arbitrariamente. Probabilmente si aggiorna più che semestralmente. Ma, se per un semestre non lo facesse, soddisferebbe comunque il criterio di necessità di aggiornamento?

Il comando da Terminale

defaults read /System/Library/CoreServices/XProtect.bundle/Contents/Resources/XProtect.meta.plist Version

Permette di conoscere il numero di versione di XProtect.

È anche possibile azionare l’aggiornamento manualmente, tramite il comando da Terminale softwareupdate. Questo post è lungo ma molto interessante in materia. In sintesi, il comando è

sudo softwareupdate --background-critical

e permette, in teoria, di conservare un log di aggiornamenti effettuati manualmente in assenza eventuale di quelli automatici, da mostrare al finanziere.

La domanda vera è sempre la stessa: basterà a convincerlo che siamo persone perbene?

Osservazioni, esperienze, competenze a commento sono molto gradite.

Come l’aereo lascia la scia

Mario ha scritto una bella storia su come vive personalmente l’obsolescenza programmata del suo iPad.

C’è da aggiungere poco, perché la vita vera ha la priorità sulle chiacchiere. È ora di derubricare la faccenda al livello della Terra piatta, delle scie chimiche e altri palliativi per menti in difficoltà.

Quel poco è una stima di Barclays su quanto potrebbe costare l’anno prossimo ad Apple in mancata vendita di iPhone il ribasso sul prezzo di cambio batteria: sedici milioni di apparecchi venduti in meno, rinuncia a dieci miliardi di dollari di fatturato.

Poco ci curiamo dell’efficacia della previsione. Potrebbe essere il doppio o anche metà, solo che la linea logica dei fatti rimane la stessa ed è sempre più chiara.

Milioni di persone compreranno una batteria nuova invece che un iPhone nuovo, perché la batteria costa 29 dollari invece che 79.

Con la batteria a settantanove dollari avrebbero comprato più probabilmente un iPhone nuovo, considerando meglio spendere ottocento dollari per il nuovo invece di ottanta per il vecchio.

Se ci fosse l’obsolescenza programmata, ad Apple converrebbe moltissimo avere batterie che malfunzionano. Così la gente, appunto, spende dieci volte di più.

Invece Apple che fa? Controlla la batteria in modo che non malfunzioni.

Questo, secondo i fautori della teoria, spinge la gente a cambiare telefono. Cioè a spendere ottocento per il nuovo invece di… zero per il vecchio, che continua a funzionare.

Per la teoria, ottocento contro ottanta fa vincere ottocento. Ottocento contro zero fa vincere ottocento.

Eppure, stranamente, ottocento contro ventinove fa vincere ventinove.

Ho una teoria sui cervelli dei fautori della teoria. Sono rimasti danneggiati dalle scie chimiche.

In punta di Safari

Il post sull’anniversario di Safari ha suscitato vari commenti, compresi quelli di mkdir a proposito dei quali intendo chiarire il mio pensiero.

“…non possiede la forza trainante di un miliardo di computer da tasca, i più utilizzati e versatili…” questa frase sembra di Ballmer…

Non entro nel merito dello stile-Ballmer. Il senso della frase è che gli apparecchi iOS hanno grandemente e decisivamente contribuito a portare l’attenzione su Safari. Senza i numeri portati da queste macchine, Safari – anzi: WebKit – sarebbe rimasto probabilmente una faccenda per pochi e non avrebbe avuto l’impatto che invece ha avuto nel mondo web. Si noti che Safari non è il browser più diffuso né lo è mai stato; non è mai stato monopolista e non ha soffocato alcun altro browser esistente. Nessun sito ha mai risposto a una persona puoi entrare solo se usi Safari.

Per alcuni essere FLOSS potrebbe essere una feature migliore di un millisecondo in meno nella renderizzazione, senza contare che Firefox è velocissimo: batte spesso Chrome nei bench come Motion Mark.

Certamente. Molte persone usano Firefox, che è un ottimo browser e l’essere open source è sicuramente un valore (parlo come socio di LibreItalia, per dire). Questo nulla toglie all’impatto e ai meriti di WebKit.

Inoltre esiste una versione 100% FLOSS di Chrome: Chromium.

Che è un’ottima cosa. Qualsiasi gruppo di volontari sufficientemente motivato potrebbe fare esattamente la stessa cosa con Safari. Non lo vedo come un demerito di Safari.

Che dire di Safari: ha preso codice libero (il “motore WebKit” da KHTML) per farne un app chiusa.

Indubbio. Adesso alzino la mano quanti hanno usato Konqueror, primo browser a usare il motore Khtml da cui è partito il lavoro su WebKit. Ci sono poche mani. In anni di rilevazioni di traffico web posso giurare di non avere mai visto citato Khtml o Konqueror. La percentuale di uso è certamente inferiore all’uno percento.

In altre parole: Khtml è una iniziativa bellissima e nobile, che novantanove persone su cento non hanno mai visto.

Safari ha portato i vantaggi di Khtml a decine di milioni di persone che altrimenti li avrebbero ignorati. WebKit ha ampliato a dismisura questa cifra. Oggi, tagliata con l’accetta, due terzi dei navigatori web hanno beneficiato di WebKit. Siamo sopra il miliardo di persone. Trovo il compromesso accettabile di fronte al risultato.

Se non altro ha contribuito ad affinare il codice WebKit che viene usato anche da altri browser Open Source come Chromium, disponibile pure in vari repository di distro free GNU/Linux oltre che in diverse live.

Infatti ed è molto positivo. In realtà Chromium usa Blink, che è un fork (reinterpretazione) di WebKit. Proprio come WebKit è un fork di Khtml. È così che funziona l’open source: a volte, da un progetto, nasce una variante del progetto con ambizioni più elevate.

Se non ci fosse stato WebKit, non ci sarebbe Chrome e non ci sarebbe Chromium. Ci sarebbe certo Khtml; a usarlo saremmo quattro gatti e là fuori miliardi di persone userebbero altro. Magari ancora schiave del vecchio. Se per stare fuori dalla replica dell’incubo Internet Explorer fa comodo un browser chiuso per quanto con motore aperto, datemelo. Subito. Perché di là usano un browser chiuso con motore chiuso.