Un conoscente, ho scoperto, lavora part-time per una azienda che fornisce like e visualizzazioni per conto terzi.
Passa del tempo pagato a guardare video, visitare post e mettere like, in modo seriale.
L’ho scoperto perché il conoscente ha iniziato a fare pubblicità alla cosa e a cercare nuove candidature.
Curioso, ho cercato documentazione. In effetti dentro la società c’è una forma di schema piramidale e più gente porti, più guadagni.
A seguito del
post di ieri, ho fatto un giro superficiale nelle nuove Preferenze di macOS Ventura e devo dire che mi aspettavo molto peggio.
Prima le Preferenze si articolavano in una finestra rettangolare orizzontale, in cui le icone dei pannelli occupavano posizioni fisse. Un clic sul una icona la apriva, sempre all’interno della cornice di partenza.
Ora le preferenze sono a sviluppo verticale, sullo stile di quelle di iPad e iPhone: colonna di sinistra per le sezioni da aprire, colonna di destra per le opzioni di configurazione presenti.
Si è fatto un gran parlare di Ventura e, siccome macOS mi ha chiesto di aggiornarsi, l’ho fatto. Così posso parlare del mio fare.
La primissima cosa: uffa.
Utility ColorSync non è stato sistemato. Ha dentro sempre lo stesso memory leak, di dimensioni pari al buco nero nel centro della Via Lattea. È possibile saturare trecento gigabyte di spazio disco in pochi minuti.
La seconda: però. Ho visitato le controverse Preferenze di Sistema e c’è da fare un discorso più sfumato di quanto pensavo. Interfaccia utente e design complessivo sono cambiati e qualcosa vince, qualcosa perde. I disastri presenti in certe beta non ci sono, tuttavia, o devo ancora trovarli.
Tim fu Telecom Italia che indietro per li rami fu la SIP, ereditiera dell’acronimo dalla Società Idroelettrica Piemontese per fare tutt’altro: porre le basi storiche e infrastrutturali dell’inadeguatezza della rete italiana, che tuttora è rimasta indietro e non potrà ragionevolmente recuperare per decenni. Un Paese condannato alla zoppia tecnologica da generazioni di inetti, i cui prodotti ho giurato fermamente di evitare da qui all’eternità, non importa a che prezzo.
Tutto ciò ha creato una situazione interessante nel momento in cui la mia via è stata cablata in fibra e di fatto ho una colonnina letteralmente a qualche metro da casa, in linea d’aria.
Adobe vuole venti euro al mese per usare InDesign, che però a me
serve pochi giorni, tre volte l’anno. Provo a uscire dall’abbonamento mensile e Adobe chiede centonove euro per riparare allo sgarro.
Uno dice beh, però il software è sempre aggiornato e migliorato.
Infatti installo
macOS Ventura, come chiede Mac mini. L’antimarketing indipendente degli acchiappaclic ha detto di Ventura molto male e chissà, magari hanno ragione, si è appena finito di installare.
La
terza versione di Apple Frames di Federico Viticci è compatibile con tutte le nuove uscite, più veloce, scritta meglio, più completa, più furba, semplice e complessa e meravigliosa.
È gratis, funziona su iPhone, iPad e Mac; parlando specialmente a chi dice che è finito il tempo in cui si smanettava su Mac, non è una app, di quelle difficili (quanto fare un po’ di percorso con
Swift Playgrounds) e dolcemente complicate. È un comando rapido, una shortcut, una scorciatoia. Lo stesso genere di complessità e difficoltà dal quale ho tirato fuori uno stupido loop che chiede operazioni a caso dalle tabelline per fare ripassare Lidia quando siamo in macchina.
Dedico il prossimo quarto d’ora di pausa
all’intervista concessa da David Bowie a Jeremy Paxman della BBC.
Sono minuti preziosi perché a un certo punto del 1999 Bowie inizia a parlare di Internet, del suo coinvolgimento, di che cosa significa per tutti, che cosa diventerà.
La rockstar si rivela presciente, preparata, non preoccupata, molto interessata: Internet porterà conseguenze entusiasmanti e terrificanti. Paxman replica è uno strumento e Bowie risponde fermo no, è una forma di vita aliena.
Chi vuole indietro HyperCard non ha ragione; bisogna comunque andare avanti. Chi vuole i concetti di HyperCard invece ha ragione da vendere, come testimonia l’articolo (la gemma, nel loro gergo) di Fibery sugli
strumenti ipertestuali degli anni ottanta.
La lettura è agevole, una dozzina di minuti, nonostante il tema sia bello denso. Velocemente.
Nel 2020 stiamo cercando di recuperare concetti che, se non fosse arrivato il web, ci avrebbero portato molto lontano (o almeno avrebbero potuto).
Uno dei connubi più felici tra umanesimo e tecnologia digitale rimarrà per sempre il gioco di avventura testuale, che in più di un caso ha raggiunto vette degne del valore artistico e che ha portato milioni di persone a esprimersi (nel caso degli autori), viaggiare con la mente, imparare lingue nuove, divertirsi, accettare sfide.
Diecimila dollari (in aumento) sono il montepremi raccolto pubblicamente per l’edizione 2022 della
Interactive Fiction Competition. Otto dollari su dieci verranno distribuiti tra le oltre settanta avventure in gara e gli altri due a sostegno delle spese della Interactive Fiction Technology, Foundation, che organizza.
Dovrei attrezzare un post come si deve e ho materiale per scriverne almeno quattro. Invece finirò la settimana dentro la
prigione di ferro e spero di
annientare un esercito di o e O prima di dormire. Comprensione, grazie.