È sempre sul pezzo ma in modo pedantino John Gruber e invece stavolta ha raccontato la
presentazione dei nuovi MacBook Proled Xdr con schermo touch in modo partecipato e appassionato.
Non so quanto merito sia suo e quanto della piattaforma; il vero centro di attenzione non è certo il tocco. È il logo che si accende, dietro lo schermo.
Il logo si era spento una decina di anni fa. Era stato acceso quando gli schermi a cristalli liquidi avevano bisogno di retroilluminazione e a qualche ingegnere era venuto in mente di sfruttare quella fonte di luce, lasciandola fuoriuscire dal lato opposto dello schermo.
Durante la conferenza stampa di presentazione dei risultati finanziari di Apple agli analisti, l’amministratore delegato John Ternus ha puntualizzato che nell’anno fiscale 2026 (terminato a settembre)
si sono venduti Mac come mai in nessun anno precedente.
Vengono in mente, escono dagli archivi come zombi della notizia, le cronache dei profeti di sventura: Apple pensa solo a iPhone e trascura Mac. Che, a questo punto, è un marchio vivo e vegeto da quarantatré anni, neanche male.
In regime di par condicio e dopo avere
ricordato il cinquantesimo anniversario di Emacs, è d’uopo riservare trattamento equivalente ai
cinquant’anni di vi.
Come tutte queste storie, inizia da una sfida e questa ebbe come palcoscenico… un modem che collegava i sistemi dell’università di Berkeley a un terminale posto a casa di Bill Joy, allora studente prima di lanciarsi in una carriera imprenditoriale che lascio il piacere di scoprire a chi avrà voglia.
Mi si è aggiornato BBEdit alla versione sedici punto uno e, mel consueto
elenco di contenuti dell’aggiornamento, spicca l’insolita voce Performance Improvements.
Contiene ventinove elementi. Creazione del sottomenu Share, avvio della app, lettura di file di grandi dimensioni, controllo del puntatore del mouse durante la scrittura, carico di lavoro richiesto dalla colorazione della sintassi.
Validazione UTF8 e ingestione di file ASCII migliorata di ordini di grandezza (cioè cento, mille, diecimila volte). Lo stesso vale per i calcoli eseguiti durante l’apertura dei file.
Le notizie #apple del giorno.
I risultati trimestrali sono record, in particolare per Mac e iPhone, sopra qualunque consenso degli analisti e anche rispetto alle stime degli ottimisti.
Il titolo in Borsa è sceso.
Il nuovo amministratore delegato, John Ternus, è stato criticato alla sua prima apparizione nella tradizionale sessione di domande e risposte con gli analisti
per avere seguito rigidamente una traccia.
Occorre un commento. Le sessioni con gli analisti sono sempre preparate rigidamente, perché basta una parola fuori posto per liberare gli spiriti animali del gossip e creare disastri con l’andamento delle azioni. Tim Cook è stato al posto di Ternus quindici anni e faceva addormentare. Ovviamente Cook voleva che andasse così,
ha chiosato John Gruber. Ma quando c’era Jobs… ecco, Jobs non ci andava. Mandava i contabili. Ha presenziato solo in occasioni straordinarie, tipo cinque volte in quindici anni. Esempio che a Ternus converrebbe proprio seguire.
Mai una banalità, a leggere Asymco.
Ho scoperto che Apple consegue oltre la metà del fatturato globale creato dalle prime duececentocinquanta aziende della classifica di Standard & Poor’s riguardo al settore consumer.
Apple è
parsec avanti a qualsiasi altra azienda che venda al consumatore finale. Non necessariamente tecnologia, qualunque cosa compresa i detersivi o le bevande gassate.
L’evoluzione pareva diversa. Quindici anni fa erano di impronta tecnologica cinque o dei aziende delle prime venti al mondo per capitalizzazione di mercato. Oggi sono tech in quindici o sedici. Ma i consumatori sono una fetta sottile del mercato globale. Oggi le top twenty per capitalizzazione (che da sole fanno un quarto della capitalizzazione di mercato del pianeta) fanno l’ottantacinque percento del loro fatturato con la vendita ad altre aziende o a enti governativi.
In tutto il fascino del bianco e nero, l’università di Stanford offre una raccolta di fotografie di Douglas Menuez dedicate ai
primi giorni di NeXT.
Mi verrebbe un pippone sul valore dell’integrazione tra l’università e il mondo delle aziende, che qui viene vista come inaccettabile ingerenza del capitale nell’istruzione e là dà vita a ricerca e a nuovo lavoro. Mi fermo subito e invece invito a guardare i volti, i momenti, gli spaccati di quella parentesi in cui Steve Jobs cercò la rivincita personale e, perdendovisi, si riscoprì.
Nel fine settimana dedicato ai trapassati non può essere un caso l’essersi imbattuto in
Heroes of the Deep grazie a un
post su Enworld che linko dato che descrive perfettamente la situazione.
La quale, qui riassunta, è un progetto hobbistico a profitto zero che chiede unicamente un account con mail e password e poi mette a disposizione campagne di gioco di ruolo da percorrere nel browser, da soli o con amici da dovunque, o perfino con sconosciuti incontrati nella lobby.
Non mi sono sicuramente stracciato le vesti quando
iPad ha fatto amicizia con trackpad e tastiera e nemmeno succederà ora che sono arrivati i
MacBook Pro con lo schermo touch.
Federico Viticci ha
sintetizzato le cose in modo intelligente:
Le persone sovrastimano l’importanza delle decisioni passate e sottostimano vastamente la capacità di Apple di cambiare opinione quando il momento è giusto.
Il suo pensiero si articola più compiutamente nella sua
prova-lampo, che raccomando di allocare su dieci minuti di attenzione.
MIT Technology Review dedica un articolo breve ma intenso a
Emacs che compie cinquant’anni da quando ha preso vita per la prima volta nei laboratori AI del MIT stesso. Sì, si lavorava all’intelligeza artificiale anche mezzo secolo fa, ma era per il bene collettivo più che per deliri di onnipotenza.
Tanto che, nel vedere come Emacs tornasse tanto utile da far venire voglia di commercializzarlo, un giovane ricercatore avviò un progetto che mirava a mantenerlo gratuito e non solo: avrebbe avuto intorno anche un intero sistema operativo, sempre gratuito, diverso da UNIX.