Mi sono perso nella lettura, inutile eppure nutriente, di un vecchissimo post di Scott Aaronson sui
settanta anni di Donald Knuth. Questo lo data abbastanza, visto che Knuth ne ha di recente compiuti ottantotto.
Da Knuth i numerosissimi commenti sono passati a TeX, alle sue alternative (ricordiamo, era il duemilaotto), alla religione, all’impaginazione Wysiwyg eccetera.
Molti punti di vista sono certamente datati e i giudizi sui vari software citati come complementari o sostitutivi di TeX andrebbero come minimo riformulati sulla base dell’oggi. Di per sé è un bel viaggio per chiunque non sia già addentro nella materia.
Il mondo è in fermento e le alleanze sono in bilico. Più che mai, bisogna essere sicuri di come ci si muove a livello di sicurezza dei propri dati e ha smesso da tempo di essere una semplice affermazione di principio.
Da pochissimo è ufficiale che esistono due soli sistemi operativi pensati per il grande pubblico a passare il vaglio della Nato per quanto riguarda proprio la sicurezza dei dati: sono
iOS 26 e iPadOS 26.
Kieran Healy ha pubblicato sul web ad accesso libero la
bozza della seconda edizione di Data Visualization e la chiamerei bozza per modo di dire, vista la pulizia e la cura.
Il web, quando è fatto come si deve, costituisce un patrimonio per l’umanità e d’altronde un libro sulla visualizzazione dei dati, se non si visualizza al meglio, è poco credibile.
Apprendimento serio, preciso, aperto a tutti. Mecenati e portatori di sensi di colpa possono lasciare la propria e-mail e verranno notificati, una sola volta, nel momento in cui il libro definitivo è pronto per essere ordinato.
La cosa bella dell’avere
acceso Apple Intelligence è che ho passato la giornata seguente a fare tutt’altre cose e non ci ho neanche pensato troppo. A parte un paio di esperienze occasionali.
Ho scoperto il mondo della sbobinatura via whisper di OpenAI e mi sono cimentato con un file audio di quasi sei minuti. whisper svolge un lavoro notevole di cui sono rimasto soddisfatto, con due caveat, uno noto in anticipo, l’altro meno.
Nel mezzo di una contorta operazione di transcript automatizzato di un file audio problematico, ho rotto gli indugi e ho deciso che, amico o nemico, va guardato in faccia.
Ho allineato la lingua di Siri a quella dell’interfaccia di Mac (inglese, ovvio) e ho acceso Apple Intelligence.
Oltre all’innocenza ho perso a occhio anche qualche gigabyte di spazio su disco, ampiamente previsto. L’intenzione programmatica resta sempre farne a meno ove non ci sia un’evidente convenienza ad approfittarne.
Poi dicono che la colpa è del marketing. È anche vero che ci sono cause scatenanti.
È facile dileggiare la scelta di Apple di
cambiare la nomenclatura dei core dei nuovi processori Apple Silicon presenti nella nuova ondata di Mac.
Il titolo dell’articolo di Jason Snell si traduce con Apple cede alla tentazione e rinomina i core delle proprie CPU. C’è dentro tutto un mondo di commedia, diciamolo, all’italiana. I core che prima erano performance ora diventano super. I core che erano efficiency diventano invece performance (anche in virtù di una riprogettazione che continua a privilegiare l’efficienza ma aggiunge prestazioni nelle attività multithread). Snell riassume fantasticamente:
Nutro perplessità sul nuovo mondo agentico costituito da agenti privi di agency, cui può dare piena delega solo un amante dell’imprevisto estremo e della roulette russa.
Se il computer deve fare qualcosa, preferisco i bei tempi andati quando si preferiva un processo con esito deterministico. Quando la somma di due numeri dava un risultato ottenuto sommando due numeri. Quando riordinare una lista riordinava in output la stessa lista fornita in input. Quando gli errori erano dovuti a bug, a qualunque livello, oppure a errori di programmazione, comunque largamente deterministici anche loro. Il nuovo mondo in cui l’errore è insito per progettazione dentro il processo resta utile in moltissimi casi, però inevitabilmente secondari.
Come si fa a capire la differenza tra un utile, potente, ingegnoso assistente generativo e una inesistente, millantata, farlocca intelligenza artificiale? Si mette in mezzo alla catena una avventura testuale.
C’è chi le sopravvaluta come reperti archeologici da retrocomputing e invece, siccome attingono all’immaginazione, rimangono sempre oggetti interessanti con cui misurarsi. Nonostante tutti i tentativi di inscatolare le teste, dell’immaginazione salta sempre fuori. Non c’è neanche bisogno di ricorrere a casi particolari, come avevo fatto con
The Gostak.
Avevo avvisato per tempo e pure
commentato la splendida mostra sul rapporto tra Martin Mystère e i suoi Mac, dedicata ad Alfredo Castelli dagli organizzatori di All About Apple.
La scaletta di oggi viene modificata d’autorità, perché All About Apple ha appena pubblicato il
racconto della mostra.
C’è una narrazione a cura di chi la mostra l’ha vissuta dal primo concetto alla creazione completa, foto da godersi e video per vivere (o rivivere) momenti salienti dell’esposizione.
Il
successo con un vecchio telefono da ufficio dimostra ancora una volta la fantasia presente nella comunità di sviluppatori disposti a tentare un porting non ortodosso di Doom (iniziative di cui ci pregiamo di
tenere nota).
C’è sempre di meglio, comunque, né sembra che l’elenco possa avere una fine per mancanza di ispirazione. Tant’è che da poco gioca a Doom una
rete neurale di cellule cerebrali coltivate in laboratorio.
La prima storia è quella di un bell’excursus nella programmazione, che parte dalla comprensione di un filesystem peculiare e arriva alla preparazione della base di codice per arrivare al risultato.