Si fanno tanti distinguo su come valutare la qualità di una versione di macOS e voglio fermarmi a un dato semplicissimo quanto incontrovertibile: il numero di app che tengo aperte contemporaneamente sotto Golden Gate è una volta e mezzo quello che avevo sotto Tahoe. E il sistema è pure più reattivo.
Complimenti a chi ha lavorato su questo. Sono giorni che va così e l’effetto del primo lancio del sistema, a bocce ferme e senza accumuli di cache ed errori, è passato da un pezzo. Con Tahoe a un certo punto dovevo chiudere cose per riguadagnare spunto e ora invece quel momento deve ancora arrivare.
Se capita di
segnalare un progetto come Orion perché è centrato sulla piattaforma Apple, è basato su WebKit, tutela privacy e navigazione non invasa dalla pubblicità, è perché c’è anche un livello di responsabilità personale. Buttare lì segnalazioni senza neanche una prova è rumore di fondo, non servizio.
Ho preso le mie responsabilità e da ieri sera provo a usare Orion come browser di default su Mac, iPhone e iPad.
Al momento ho poco da raccontare oltre la fase di transizione. Orion ha una buonissima interfaccia per l’importazione dei dati da altri browser (per fortuna, altrimenti passerei una settimana a cercare di ricostruirmi l’ambiente) e il passaggio da Safari è stato pressoché indolore. L’unica cosa che non sono riuscito a importare sono state le schede, i tab aperti. Orion dà un messaggio che non corrisponde a quello che si trova nella cartella di Safari, il quale esporta diverse categorie di dati ma non specificamente questa.
Il vero titolo doveva essere
Perché oggi Common Lisp è il migliore linguaggio di programmazione. Scriverlo ora farà cambiare pagina a tanti, ma potrebbe avere un senso invece dare una possibilità al messaggio.
L’autrice infatti enuncia l’ipotesi e poi spiega il perché. Il succo è inedito e anticonvenzionale: le caratteristiche di Common Lisp sono ideali per un mondo nel quale chiunque può azionare un sistema generativo capace di iniziare un progetto di programmazione.
Non c’è bisogno di linkare la vicenda della finta bustina di Umberto Eco che preconizza la futura intelligenza artificiale: ha già avuto visibilità universale e ha scatenato anche reazioni un po’ scomposte, specie da chi si ha sempre avuto un atteggiamento social da più-avanti-del-gruppo e fuori-dal-coro e all’improvviso si è sentito surclassato da una genialata, come in effetti è stata.
In aprile avevo
tirato in ballo Eco e l’AI a proposito di un tema che, nella storia, è diventato imprevistamente attore non protagonista: l’attribuzione. Riflettevo su quanto il testo che redigiamo in collaborazione con un LLM sia davvero nostro e ci rispecchi.
C’è qualcosa di più profondo nella notizia apparentemente innocua che Kagi cessa lo sviluppo di
Orion per Windows e per Linux.
Kagi è una piccola società che lavora a prodotti e servizi capaci di tutelare la riservatezza e i dati personali degli utenti e Orion, da questo punto di vista, è un gioiellino: un browser alternativo basato su WebKit, compatibile con estensioni per altri browser, a prova di tracking, pubblicità invasive e sorveglianze telematiche.
Iniziativa di durata pluriennale di rinnovamento e rivitalizzazione di una serie importante per tipologia e superfici di aree urbane di una grande cittadina lombarda, con la partecipazione di uffici municipali, aziende, cantieri, eventi, spettacoli, software, associazioni, coordinamenti, no profit, cittadini e forse ancora qualcos’altro.
Una delle entità coinvolte si è presa il compito di manutenere un calendario dei lavori e degli eventi. Il tema è poter incrociare informazioni (la piazza in cui bisogna programmare una conferenza sarà libera da lavori nel giorno in cui è programmata? Sono l’assessore alle opere pubbliche, quando posso sapere la data dell’inaugurazione in modo da poter bloccare la finestra temporale? La sagra della cipolla bollita può tenersi il giorno immaginato oppure si sovrappone alla festa del cinghiale in quartiere?); tenere d’occhio il procedere dei lavori (non si ha idea di quanti danno semplicemente una data conclusiva e poi il giorno prima dicono ops, non ce la facciamo, è un problema?); capire chi sono gli interlocutori effettivi su un progetto, perché i soggetti sono tali e tanti che a volte manca la trasparenza; modificare rapidamente dati che a cascata possano modificare dipendenze senza che occorra modificare manualmente ogni dipendenza suddetta (se l’aula multimediale non è ancora stata riverniciata non è possibile installare lo schermo multimediale che quindi non serve ancora comprare per cui c’è da ridistribuire il progetto di spesa che al mercato mio padre comprò).
Non deve somigliare vagamente, deve dare il feeling originale. Con questo criterio un programmatore
ha tradotto Doom in interrogazioni SQL, elaborate dentro un database con una spruzzata di Python per questioni come la temporizzazione dell’esecuzione.
Risultato: sa di originale e, suona incredibile già solo a scriverlo, c’è pure il multiplayer: deathmatch a quattro giocatori. Il tutto a regolari trentacinque fotogrammi al secondo come era l’edizione originale.
Di tutte le
implementazioni assurde di Doom, questa non è la più improbabile, alla fine. Ma compensa più che adeguatamente con la qualità del risultato, là dove tanti altri lambiscono la riva della proof of concept e lì si fermano.
Una volta
esortato a leggere la recensione di iOS/iPadOS 27 scritta da Federico Viticci, ho letto la mia esortazione, mi sono convinto che avevo ragione e ho letto anche la recensione.
Ho fatto bene, perché iOS 27 (do per scontato che si intenda anche iPad) passa così bene per una versione di sistemazioni e aggiustamenti che non ci si accorge di una mole di miglioramenti quasi sempre minimi e che però si accumulano. Finisco per condividere il giudizio finale di Viticci:
Se per scoprire la storia di Apple e in particolare del primo anno di Apple non bastasse un
museo dal messaggio potente come quello di All About Apple Museum, adesso che
c’è anche il libro sono esaurite tutte le scuse.
Il libro verrà presentato venerdì sedici ottobre alle diciotto nella Sala Rossa del Comune di Savona, città sede del museo, e si intitola
Apple, 50 anni fa: una storia che riguarda tutti.
È frutto di una collaborazione con Giovanni Cignoni, storico informatico d’eccezione, che ha già portato a organizzare tre incontri al museo centrati sul cinquantesimo anniversario dell’atto di nascita dell’allora Apple Computer.
Passati cinque anni dall’
ingresso controvoglia in casa di una stampante HP, non avrei niente da dire.
AirPrint, ma lo scrivevo già, ha reso trasparente l’interfaccia; c’è da stampare, stampo.
L’apparecchio rimane un massacro della privacy: vuole sapere tutto della rete di casa, pretende che vi si acceda tramite l’app per qualunque cosa diversa dallo stampare.
I dark pattern sono quelli noti da sempre: è da maggio che la stampante segnala il toner in esaurimento. Non abbiamo tutta questa produzione di stampa e quindi sarà anche per questo, tuttavia entriamo in ottobre e ancora il toner in esaurimento continua a produrre pagine.