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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Valore di che

Amazon erogherà corsi online a cinquecentocinquantamila studenti K-12 (fino alla terza media, per noi) in oltre cinquemila scuole, nell’ambito del programma Amazon Future Engineer.

In Italia esiste ancora il valore legale del titolo di studio. E uno dice, che c’entra?

Amazon Future Engineer, se arrivasse in Italia, formerebbe migliaia di futuri ingegneri autodidatti, che riceverebbero un attestato di nessun valore legale. Eppure, sarei pronto a scommettere, il novanta percento di loro troverebbe un lavoro senza pretese che valorizza la loro formazione.

Sceglierei, dovessi reclutare ingegneri, gente formata da Amazon o laureati, il primo ateneo che mi viene in mente, al Politecnico di Milano? Nessun dubbio, io sceglierei un laureato.

Il laureato penso mangerebbe mediamente in testa agli autodidatti e, entrasse in azienda anche lui, diventerebbe in breve tempo il loro capo.

Il problema è che questa sorte benigna si applicherebbe a un laureato su dieci. Gli altri, per quanto ingegneri provetti, semplicemente non troverebbero occasioni per mettersi alla prova nel loro campo, saturato dagli ingegneri made in Amazon che hanno scelto una strada più breve e sono arrivati prima sul mercato a soddisfare la domanda.

Interessasse l’ingegneria, daresti alla prole l’opportunità di trovare lavoro in fretta con il problema di dover fare carriera senza averne i mezzi culturali e di competenza, oppure la chance di essere un capo di domani, con una percentuale di rischio del novanta percento?

In tutto questo, del valore legale del titolo di studio importa zero. E allora, visto che in pandemia tutti si sono accorti di quanto la scuola abbia bisogno di riforme, perché non cominciare dall’abolizione di un valore che di fatto non lo è?

Nessuna Nvidia

L’acquisto di Arm da parte di Nvidia ha fatto comprensibilmente molto rumore (una acquisizione da quaranta miliardi non è banale) e anche inquietato un sacco di soggetti a livello industriale e politico.

Altrettanto comprensibilmente, molti hanno iniziato a tirare in ballo Apple nello scenario. Dopotutto impiega da sempre processori Arm per iPhone e iPad e adesso passa su Arm anche Mac, giusto?

Giusto.

E allora magari Apple entra aggressivamente nel mercato gaming, oppure decide di acquisire Nvidia, o altro. Dopotutto questa acquisizione potrebbe provocare problemi ad Apple, giusto?

Sbagliato.

Per dovere civico, elenco alcune informazioni che – sempre comprensibilmente – non sono note a tutti e per essere possedute richiedono di avere un minimo di interesse oltre la superficie delle Apple news.

Apple ha fondato Arm insieme ad Acorn (perfino Newton, anni novanta, aveva a bordo un processore Arm) e, quando si è ritirata dalla joint venture, si è tenuta una licenza architetturale perpetua. Sostanzialmente, Apple può usare le istruzioni del set Arm come desidera, e lo fa. Apple progetta i propri chip Arm.

Fino a ieri Arm era di Softbank, adesso è di Nvidia. Per Apple la cosa cambia in questo modo: non comprava alcunché da Softbank e ora neanche da Nvidia.

Apple persegue maniacalmente l’obiettivo di controllare l’intera catena di produzione delle proprie macchine e si disinteressa nel modo più assoluto di fornire tecnologia o licenze ad altri costruttori. Apple non ha alcun interesse a diventare fornitore di tecnologia Arm. I suoi chip sono superiori e li tiene per le proprie macchine. Gli altri fanno quello che possono.

Apple ha un modello di business basato su margini elevati. Non avrà problemi a proporre Mac a prezzo più basso, se passare ad Arm abbassa i costi (e lo sviluppo?). Ma li abbasserà solo fino a che il suo margine rimane negli obiettivi (un Mac fa guadagnare mediamente ad Apple un 30-35 percento del prezzo di vendita). In nessun caso i Mac diventeranno concorrenti dei PC venduti a un soldo la dozzina negli ipermercati.

Chiudo: Apple non ragiona per settori. Non conosce il gaming, non conosce macchine da ufficio, non distingue laptop da notebook da portable da convertible da workstation eccetera. Apple non ragiona per gergo. Non produce smartphone o tablet e difatti nel suo sito è impossibile trovare tutti questi termini. Mac, iPad, iPhone, ma anche watch o tv, sono macchine trasversali, in grado di soddisfare una gamma piuttosto ampia di utilizzatori grazie alla diversificazione delle specifiche. Ma Apple, per lo meno l’attuale Apple, non produce macchine per giocare, per la ricerca di laboratorio, per lo studio. Valorizza le doti di iPad per la scuola, certo. Però iPad non è stato creato per la scuola. E avanti così.

Riassumo: Apple non viene toccata dall’acquisizione di Arm da parte di Nvidia, se non da scenari lontani nel tempo (tipo: Nvidia investe miliardi per fabbricare chip più veloci di quelli di Apple) e a oggi assolutamente astratti. Non ha alcun interesse a possedere Arm (e a gravarsi della fornitura di chip a terzi) ed è libera da qualsiasi condizionamento possa essere applicato domani all’architettura.

Si traggano le conclusioni logiche dalle premesse elencate.

Una stella e quattro zeri

Devo chiedere il duplicato della tessera sanitaria per una figlia. Dopo mezz’ora di trekking tra l’Abisso della Regione, il Picco dell’Agenzia delle Entrate, il canyon Fisconline e la palude di Asl, non ho trovato un modo chiaro di farlo via web. L’account Spid mi ha mandato un vocale per chiedermi se potevo fare una pausa, per numero di accessi e autenticazioni gli pareva di lavorare per un influencer.

È vero che una parte del sito del ministero delle Finanze non funziona al momento e magari era pure decisiva però, ecco, una parte del sito del ministero delle Finanze non funziona.

Valutazione servizio: una stella.

Importo pagato di tasse quest’anno (come molte altre persone ovviamente): a quattro zeri.

Cinque di meno

Ci sono tante ragioni a spiegare la frequenza dei refusi che compaiono in queste pagine. E io odio i refusi.

A volte scrivo in modo meditato e a volte invece apro il flusso di coscienza. La velocità aumenta a dismisura, smetto di guardare la tastiera e anche lo schermo, intendo con attenzione. C’è un piacere adrenalinico nel vedere scorrere le parole e sentire che la narrazione procede verso la sua naturale conclusione. L’attenzione si sposta dal particolare al generale e l’errore non si vede più. Magari c’è una rilettura alla fine; magari c’è meno tempo del dovuto e nessun rilegge.

Più prosaicamente, capita di scrivere dal letto con iPad Pro, alle tre di notte. Non è tanto la tastiera di vetro quanto la sonnolenza di piombo. Chiaro che con gli occhi chiusi a metà si controlli solo metà dello scritto e il resto que sera sera.

È un piccolo e però irritante disservizio che colpisce il lettore; non dovrebbe accadere e mi scoccia molto. Per fortuna c’è chi mi fa notare almeno qualche svarione, che provvedo sempre a correggere.

A questo proposito, mi si permetta di mostrare l’orgoglio; ho appena eliminato cinque refusi su articoli pubblicati tra gennaio e marzo 2019.

Per quanto possano essere frequenti gli errori, adesso ai sensi dell’aritmetica lo sono di meno. E non so quanti blogger si prendano il tempo o abbiano la voglia di pulire lavoro di un anno e mezzo fa.

Ammissione impossibile

Ci eravamo lasciati a gennaio 2019 con il tentativo di recuperare i dati perduti su un disco Ntfs di amici tramite una duplicazione del disco con dd, stroncato dalla mano innocente e inesorabile della secondogenita.

Il vero problema non era quello genitoriale, ma l’estrema lentezza della procedura. Così ho deciso di riprovare con ddrescue, programma parente di dd e, come dice il nome, indicato per soccorrere dischi in difficoltà.

ddrescue non è affatto più veloce di dd, anzi. Però salva un log dal quale si può riprendere un salvataggio interrotto da un blackout o da una figlia informaticamente sciagurata.

Bene. Settembre 2020: ce l’ho fatta. Quei dannati settantacinque giga di dati sono stati finalmente recuperati e messi su un più normale disco Hfs+.

Ci ho messo effettivamente meno di venti mesi. Durante l’estate del 2019 e quella del 2020 il lavoro di ddrescue si è fermato, con il proprietario al mare e un blackout a casa a spegnere tutto.

E poi a settembre 2019 stavo arrivando a destinazione… quando, a pochissimo tempo dalla conclusione del lavoro, è morto il disco di recupero, quello buono, su cui riportare i dati. Ho dovuto ricominciare.

Oggi, dopo circa dieci mesi dal secondo tentativo, l’operazione è riuscita. Il paziente è vivo, parlo del mio amico che finalmente rivedrà i suoi dati.

Ammetto che c’erano opzioni più rapide ed efficaci, di cui si può leggere nei commenti al primo link, frutto della competenza di Sabino. Ma io non sapevo che dd o ddrescue si sarebbero rivelati così lenti. Quando ho capito che erano lenti, ho fatto tentativi di variare la configurazione in modo da andare più veloce. Il primo problema è che per dominare ddrescue occorre una laurea all’università del tempo libero abbondante; il secondo è che ogni tentativo equivaleva a ripartire da capo con il lavoro.

Soprattutto, ammetto che se inizio un esperimento su Mac, sono disposto a molto pur di vedere come va a finire.

Recensire al futuro

Una nuova recensione su The Verge. Questo nuovo prodotto è sorprendentemente piccolo nelle dimensioni e nel prezzo.

Si accende un nuovo interesse. Addentriamoci nella nuova lettura.

Ho passato la scorsa settimana ad armeggiare con una versione non funzionante del nuovo prodotto…

Non funzionante. Ecco. In che modo è utile una recensione di un prodotto non funzionante? Per esempio:

La caratteristica che più attira l’attenzione del nuovo prodotto è il grande cerchio nero legato al raffreddamento e alle ventole. Mantiene il flusso dell’aria lateralmente se il prodotto è in piedi e in alto se il prodotto è adagiato orizzontalmente.

Sembrerebbe un foro di aerazione, ma ci deve essere dietro molta ricerca, se può fare cose come stare verticale se il prodotto è verticale e orizzontale se è orizzontale.

Prima di seguire il link, un pizzico di mistero: chi potrebbe avere realizzato questo nuovo ed entusiasmante prodotto, dotato nientemeno che di un foro di aerazione ?

Un indizio: è la stessa azienda che di recente ha consegnato modelli di un altro nuovo prodotto a blogger e giornalisti. Che avevano possibilità di parlarne e mostrarlo, a patto di non accenderlo.

Un bel salto nel futuro del giornalismo tecnico. Mica come quei fessi di Apple, che come si vede hanno perso la strada dell’innovazione.

(Come si vede in senso molto lato).

Pubblicità cattiva

Citazione da un pezzo di John Gruber:

L’industria del tracciamento ha ragione nel ritenere che gli utenti di iOS 14 negheranno a stragrande maggioranza il permesso di farsi tracciare. Non dipende dal fatto che il messaggio informativo di Apple li spaventi senza motivo; dipende dal fatto che il messaggio informativo di Apple spiega con precisione e in linguaggio chiaro che cosa sta succedendo, ed è una cosa repellente. La richiesta del permesso di farsi tracciare è qualcosa che nessuna persona sana di mente accoglierebbe, perché nessuno sano di mente accetterebbe questo tipo di tracciamento.

Il pezzo riferisce che, per alcuni nel mondo della pubblicità online, l’iniziativa di Apple in iOS 14 è eccessiva e provoca danni sproporzionati a un ecosistema vivo e vitale, perché butta via il bambino assieme all’acqua sporca. Non è una cosa da poco, tanto che a seguito delle pressioni Apple ha deciso di posporre l’attivazione della funzione all’anno prossimo. Tuttavia arriverà e per l’industria del tracciamento sarà un colpo duro.

Ancora peggio per i tracciatori andrebbe se, metti mai che niente è impossibile, saltasse fuori che Google copia la funzione ad Apple e la inserisce dentro Android, un sistema operativo che attualmente è un colabrodo by design, strutturato esattamente per sfruttare tutte le occasioni possibili di tracciamento di qualunque dato.

Riassumendo: c’è un settore di business importante, potente, agguerrito, popolato di menti talentuose per quanto la causa sia sbagliata, che fa soldi a palate tracciando la navigazione delle persone oltre il consentito e oltre il ragionevole. Apple mette i bastoni tra le ruote di questo meccanismo con una mossa radicale che non le dà apparentemente alcun vantaggio (in realtà scommette sulla soddisfazione degli utenti per non essere tracciati, ma è un altro discorso).

Steve non c’è più, non si innova più, non escono più prodotti nuovi, si è persa la strada, una volta era tutta campagna. Ma… questa mossa non sa tanto, tantissimo, di Think Different?

Materiali non di consumo

Si arriva al 2020 con gente che ancora nutre il mito di iPad come macchina buona solo per consumare bit e mostra di non seguire Apple Gazette.

Nell’articolo iPad Pro per i contenuti creativi, all’opposto di un apparecchio per consumo di dati si respira aria della nostra epoca. Si può leggere un accenno al fatto che il nuovo iPad Pro è più veloce del novantadue percento dei portatili sul mercato. Si commenta l’interesse di Adobe per portare su iPad Pro le proprie applicazioni più redditizie (non che siano meravigliose le applicazioni di Adobe, ma sono una forza comunque).

Si fa presente alle aziende che, se ragionano ancora secondo i vecchi modelli, sbagliano e in azienda sbagliare può significare danni economici.

Un iPad Pro non serve a tutti, questo è certo. Ad alcuni però serve dannatamente tanto. Altro che per il consumo.

The Microsoft Way

Per motivi ineludibili di lavoro mi tocca sostenere il peso di due account ai servizi online di Microsoft.

Significa che, senza che io abbia chiesto alcunché o espresso alcun consenso, mi arriva in posta periodicamente un rapporto di Network Analytics in cui Microsoft riassume i contatti che ho avuto, quanto sono durati eccetera.

Ovvero, sorvegliano il mio lavoro.

Dopo due o tre rapporti, ho fatto clic sul link di disiscrizione. Il risultato è questo:

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Non c’è dubbio: la situazione è immediatamente comprensibile a chiunque.

Risultato, i rapporti continuano ad arrivare e la sorveglianza a verificarsi, ma che caso. Un modo furbetto di procedere.

Ah, mi ero dimenticato: la comunicazione, qualunque cosa voglia significare, riguarda l’altro account. Non quello da cui ho chiesto di disiscrivermi.

Io lo devo subire e lo subisco. Ma chi la sceglie, questa modalità di trattamento, non la trova perlomeno un tantino frustrante?

Le vecchie liste di una volta

Più si va avanti più diventa difficile trarre giovamento dalle raccolte di liste di scorciatoie e trucchi. Checché ne dicano quelli che si lamentano della scomparsa della findability, lentamente si impara tutto o quasi; le liste troppo dettagliate sono troppo lunghe per essere utili; quelle troppo corte fanno scoprire nulla di nuovo.

In questo panorama di noia strisciante e progressiva mi piace segnalare Tristan Hume e il suo elenco di consigli potenzialmente interessanti su macOS.

È lungo ma non troppo, comunque facile da leggere. Qualcosa di buono l’ho trovato e a volte si tratta di cose che si sapevano, prima di dimenticarsene.

Carina anche la sezione delle app e i bonus su iOS.

Niente di che, però era tanto che mi fermavo molto prima di scorrere una lista fino in fondo e stavolta l’ho fatto.

Le buone pratiche

Secondo il sondaggio 2020 della comunità mondiale degli sviluppatori su Ruby On Rails, un terzo degli oltre duemila che hanno risposto usa come editor Visual Studio di Microsoft, che ha la maggioranza relativa. Per fare un governo servirebbero però alleanze, visto come ci sia spazio nelle risposte per Vim, Sublime Text, RubyMine, Atom, Emacs, TextMate e altri.

In compenso, quasi tre su quattro usano macOS. Settantatré percento, per essere esatti. A usare Ruby on Rails su Windows è il tre percento.

Si può pensare quello che si vuole, degli sviluppatori. Comunque sia, è gente che si guadagna da vivere attraverso il proprio lavoro e conosce bene hardware e software. Se usano un certo software o un certo hardware, lo fanno in genere a ragion veduta e perché è la cosa migliore per le loro necessità.

Gli imbolsiti

Mostri sacri dell’epoca digitale che invecchiano senza dignità.

Richard Stallman, l’uomo capace di iniziare la rivoluzione del software libero, in balia dei minus habens politicamente corretti.

Cory Doctorow, ispiratore di Creative Commons e pioniere di una nuova legislazione più adatta al copyright al tempo dei computer, ora pubblica un libro su come distruggere il surveillance capitalism: un concentrato di ideologia cieca, pregiudizi, luoghi comunissimi più che comuni, radicalista come chiunque abbia voglia di tutto tranne che di cambiare veramente qualcosa. Il suo bersaglio sono le aziende della Big Tech (che è di moda attaccare) con il loro sistema che finisce per privarci del libero arbitrio a forza di raccolta dati e profilazione.

Ma c’è speranza, il sistema si può distruggere. Non svelo come; faccio solo presente che non è esattamente una intuizione da Nobel, né è particolarmente originale. Facebook e Google sono il male assoluto. Parlando di abusi di tracciamento e sorveglianza, mi aspettavo due paroline sulla Cina, una dittatura al lavoro per arrivare al totale controllo informativo sulle persone, che nemmeno il Grande Fratello di Orwell. Ma non si può usare la parola magica capitalism, quindi non vende. Che tristezza finire così, doppia tristezza pensando che parliamo di un quarantanovenne.

Jaron Lanier, maitre à penser per eccellenza quando il Web decollava, oggi riesce nell’impresa di pubblicizzare il proprio libro Dieci argomenti per cancellare all’istante i tuoi account di social media e intanto farsi intervistare da GQ per affermare che Facebook potrebbe avere vinto, il che potrebbe significare – bum! – la fine della democrazia per questo secolo, però Facebook potrebbe anche non avere vinto, e allora invece il contrario.

Tutto questo intanto che viene pagato da Microsoft per fare il guru e progettare modalità di interazione per Teams, un altro gioiellino che, se mi pagassero un centesimo di quello che prende Lanier, distruggerei volentieri con un libro ad hoc, senza bisogno di inventare niente, tutta esperienza. Come se Microsoft non fosse Big Tech. Come se non facesse soldi attraverso Facebook. Come se fosse realmente preoccupata dei contenuti erogati da Facebook tanto da avere sospeso le proprie inserzioni. L’anno scorso invece ci ha speso centoquindici milioni di dollari, chissà quanto erano diversi i contenuti.

Microsoft è azionista, per quanto minuscolo, di Facebook. Per Lanier, tuttavia, Facebook è cattivo e Microsoft è un cliente.

È opportuno ricordare che Doctorow e Lanier si sono costruiti una carriera a spiegarci quanto è bella Internet e adesso la mantengono con il racconto di quanto sia terribile. D’accordo che l’età avanza, ma l’impressione è che la rotta non esista, sostituita dal semplice girare le vele per prendere il vento in poppa e pazienza se si va al contrario, o verso il niente. Altra impressione: pecunia non olet.

Cavalli bolsi.