I protagonisti non interessano, interessa solo la storia. Almeno per ora.
Diciamo che esiste un gioco online multiplayer e che si appoggia a un fornitore di connettività.
Il gioco annuncia che un aggiornamento consentirà la pratica offline e che quella online cesserà. La ragione? Il fornitore di connettività è stato
comprato da una cosiddetta AI company, alla ricerca costante di risorse per erogare servizi sempre più costosi ed esigenti in termini di banda e potenza di calcolo.
Finalmente qualcosa si muove. Non ci libereremo di WordPress mai abbastanza presto, ma almeno c’è un’idea.
CloudFlare ha annunciato la nascita del
successore spirituale di WordPress, chiamato EmDash.
La cosa brutta di EmDash è che, almeno a questo stadio, è un clone di WordPress.
La cosa bella è che, a differenza di WordPress, adotta un sistema per usare i plugin in sicurezza. Il novantasei percento dei problemi di sicurezza di WordPress, riferisce CloudFlare, riguarda la gestione dei plugin.
Come augurare una buona ricorrenza? Spero che tutti abbiano una buona occasione di lanciare dadi.
Vuol dire divertimento (con l’eccezione dell’azzardo), vuol dire essere in compagnia anche se magari tramite una rete, vuol dire il brivido dell’imprevisto liberi dalla paura delle conseguenze, vuol dire leggerezza, vuol dire tranquillità sia pure per un giorno.
Il mio riferimento preferito per i dadi fisici è
Legend Lore perché li ho conosciuti di persona e sono giocatori che vendono dadi, non venditori di dadi. Il fondatore è un master bravissimo con un dungeon master screen che si è fatto costruire su misura da un artigiano. Sono pure italiani, volendo (lui in realtà è francese importato, gli è rimasta una minima inflessione).
Alan Kay dovrebbe averlo detto nel millenovecentoottantadue: le persone veramente serie riguardo al proprio software dovrebbero produrre il proprio hardware. Certamente lo ha detto, perché Steve Jobs ha tenuto a
ripeterlo durante la presentazione di iPhone.
Probabilmente il segreto più grande di Apple, nascosto ovviamente in piena vista, è proprio avere sempre cercato il controllo sui propri prodotti anche quando non era per niente scontato.
Ne ha scritto con profitto Jason Snell, che ha
contestualizzato anche storicamente la questione. Apple è nata assieme al mercato dei computer e produceva tanto lo hardware quanto il software, esattamente come qualunque altro soggetto.
Credo sia stato poco sottolineato che Apple è stata fondata nel millenovecentosettantasei e l’ultima missione lunare con astronauti a bordo si è svolta nel millenovecentosettantadue.
Durante l’intera esistenza di Apple, nessuna spedizione umana si è messa in viaggio verso la Luna.
Cinquant’anni e una mezz’ora dopo,
il divario è stato colmato.
Godspeed.
Pensavo di scrivere un pezzo come mi è venuta l’idea di liberare il garage di casa per produrre aggeggi elettronici assieme a un amico, visto che inizia aprile. Evidentemente infantile e nemmeno divertente.
Per quest’anno siamo seri e, visto che è arrivato il cinquantesimo compleanno di Apple e che ne abbiamo parlato per una settimana, stiamo sul pezzo. Anzi, come eccezione, arriviamo al momento autobiografico strappalacrime (o spreminoia, dipende).
Collaboravo a Macworld. Quel gran direttore che era Enrico Lotti mi chiedeva un paio di pagine che mancavano a chiudere il numero e gli proposi una rievocazione della nascita di Macintosh, senza toni mielosi, invece affrontandola come una storia a sorpresa, con suspence, rivelazioni, situazioni incredibili, insomma una cosa che fosse diversa dal solito tono del mensile, più di intrattenimento che di cronistoria, comunque ovviamente di sostanza.
Chi avrebbe mai detto, tipo a dicembre millenovecentonovantasei, che trent’anni più tardi ci saremmo trovati a parlare per una settimana dei cinquant’anni di Apple?
Se ne scrivevano di tutti i colori e forse c’era anche una gara a chi la sparasse più grossa, a chi predicesse la forma più funesta di fallimento.
Invece siamo qui e ci tocca anche porci la domanda successiva: tra trenta o tra cinquant’anni, Apple sarà ancora qui?
Un appuntamento museale per i cinquant’anni di Apple di cui non si è ancora parlato (relativamente all’appuntamento) e di cui parliamo per una settimana (relativamente ai cinquant’anni) dopo
averne già parlato (relativamente al museo) è stato la
reunion presso il Computer History Museum di quattro personaggi come Jon Rubinstein, Avie Tevanian, Chris Espinosa e John Sculley, presentati dal giornalista David Pogue.
Una reunion improbabile, perché per vedere insieme quattro protagonisti come questi ci voleva proprio un anniversario come questo: un personaggio hardware, un personaggio software, un manager e CEO, con carriere dentro Apple veramente differenti.
Stupirà pochi che, dieci anni prima di compiere i cinquant’anni cui abbiamo riservato questa settimana, Apple ne abbia compiuti quaranta. Horace Dediu di Asymco scrisse allora un pezzo per analizzare l’andamento a lungo termine dell’attività di Apple, che oggi
ha rivisitato, con particolare attenzione all’uscita di MacBook Neo: un modello che occupa poche settimane nell’ambito del primo mezzo secolo di Apple, ma che lascerà un segno importante e molto probabilmente positivo.
I cinquant’anni di Apple cui dedichiamo una settimana sono composti da segmenti più o meno lunghi, più o meno determinanti, più o meno unici. Il segmento MacPro è stato piuttosto unico eppure relativamente poco determinante; bene ha fatto Joe Rossignol a scrivere su MacRumors una
storia di Mac Pro sintetica ma sentita.
Mac Pro esistette per venire incontro ai reclami dei cosiddetti professionisti, che lo erano; tuttavia erano anche un sottoinsieme di chi usa Mac per lavoro. A loro servivano costantemente la massima potenza di elaborazione e capacità di memorizzazione: fotografi, videomaker, modellatori 3D, scienziati, illustratori, musicisti.