Pensavo di scrivere un pezzo come mi è venuta l’idea di liberare il garage di casa per produrre aggeggi elettronici assieme a un amico, visto che inizia aprile. Evidentemente infantile e nemmeno divertente.
Per quest’anno siamo seri e, visto che è arrivato il cinquantesimo compleanno di Apple e che ne abbiamo parlato per una settimana, stiamo sul pezzo. Anzi, come eccezione, arriviamo al momento autobiografico strappalacrime (o spreminoia, dipende).
Collaboravo a Macworld. Quel gran direttore che era Enrico Lotti mi chiedeva un paio di pagine che mancavano a chiudere il numero e gli proposi una rievocazione della nascita di Macintosh, senza toni mielosi, invece affrontandola come una storia a sorpresa, con suspence, rivelazioni, situazioni incredibili, insomma una cosa che fosse diversa dal solito tono del mensile, più di intrattenimento che di cronistoria, comunque ovviamente di sostanza.
Chi avrebbe mai detto, tipo a dicembre millenovecentonovantasei, che trent’anni più tardi ci saremmo trovati a parlare per una settimana dei cinquant’anni di Apple?
Se ne scrivevano di tutti i colori e forse c’era anche una gara a chi la sparasse più grossa, a chi predicesse la forma più funesta di fallimento.
Invece siamo qui e ci tocca anche porci la domanda successiva: tra trenta o tra cinquant’anni, Apple sarà ancora qui?
Un appuntamento museale per i cinquant’anni di Apple di cui non si è ancora parlato (relativamente all’appuntamento) e di cui parliamo per una settimana (relativamente ai cinquant’anni) dopo
averne già parlato (relativamente al museo) è stato la
reunion presso il Computer History Museum di quattro personaggi come Jon Rubinstein, Avie Tevanian, Chris Espinosa e John Sculley, presentati dal giornalista David Pogue.
Una reunion improbabile, perché per vedere insieme quattro protagonisti come questi ci voleva proprio un anniversario come questo: un personaggio hardware, un personaggio software, un manager e CEO, con carriere dentro Apple veramente differenti.
Stupirà pochi che, dieci anni prima di compiere i cinquant’anni cui abbiamo riservato questa settimana, Apple ne abbia compiuti quaranta. Horace Dediu di Asymco scrisse allora un pezzo per analizzare l’andamento a lungo termine dell’attività di Apple, che oggi
ha rivisitato, con particolare attenzione all’uscita di MacBook Neo: un modello che occupa poche settimane nell’ambito del primo mezzo secolo di Apple, ma che lascerà un segno importante e molto probabilmente positivo.
I cinquant’anni di Apple cui dedichiamo una settimana sono composti da segmenti più o meno lunghi, più o meno determinanti, più o meno unici. Il segmento MacPro è stato piuttosto unico eppure relativamente poco determinante; bene ha fatto Joe Rossignol a scrivere su MacRumors una
storia di Mac Pro sintetica ma sentita.
Mac Pro esistette per venire incontro ai reclami dei cosiddetti professionisti, che lo erano; tuttavia erano anche un sottoinsieme di chi usa Mac per lavoro. A loro servivano costantemente la massima potenza di elaborazione e capacità di memorizzazione: fotografi, videomaker, modellatori 3D, scienziati, illustratori, musicisti.
Se passiamo una settimana a parlare del cinquantesimo anniversario della nascita di Apple, è chiaro che debba esserci spazio per HyperCard. C’è un
video che se la cava bene e in undici minuti dice tutto, pur prendendola alla larghissima, dal momento che parte nientemeno che con Vannevar Bush e il suo Memex per passare da Alan Kay e Alto, la madre di tutte le presentazioni effettuata da Doug Engelbart con mouse, schermo bitmap, oggetti cliccabili, prima di transitare dal Whole Earth Catalog di cui era appassionato Steve Jobs per arrivare a Macintosh e, ovviamente, anche a Bill Atkinson.
Apple sta per compiere cinquant’anni (e se ne parla per una settimana) eppure gli aneddoti sulla sua nascita sono illimitati: basta stimolare la gente giusta per fare emergere dettagli anche inediti. Harry McCracken ha messo insieme
una chiacchierata di classe con una dozzina di personaggi coinvolti a vario titolo nella storia dell’inizio di Apple.
Qualcuno di essi è discretamente noto, tipo Steve Wozniak; qualcun altro è discretamente ignoto fuori dalla cerchia degli appassionati ed è il caso di Liza Loop, un’insegnante appassionata della tecnologia e disposta a portare il computer nella scuola (come cambiano, i tempi). Loop avrebbe potuto essere la prima cliente di Apple Computer e invece fu la prima utente di Apple I. Ecco come è andata.
Settimana dei cinquant’anni di Apple? Beh, l’All About Apple Museum ha un anno di iniziative in pentola e inizierà a parlarne, con perfetto tempismo,
il prossimo primo di aprile, giorno dell’anniversario.
Non c’è bisogno che si parli delle attrattive primaverili di Savona, che si difende benissimo da sola. Rimarco invece che parte dei festeggiamenti avvengono giustamente nella sede del Museo e un’altra parte, invece ma altrettanto giustamente, presso la Sala Rossa del Comune.
Sebbene su queste pagine anniversari e memoriali siano visti con circospezione e convinzione che vadano usati solo in occasioni davvero speciali, è il momento di fare una eccezione, visto che è in arrivo un anniversario di Apple che è particolarmente importante.
Cinquant’anni sono significativi e durante questa settimana scriverò per lo più in riferimento a questa pietra miliare.
Comincio con una pietra miliare a metà. Ecco che cosa
scriveva Apple Newsroom il nove gennaio duemilauno:
La Germania è spacciata.
È stato infatti deciso per la pubblica amministrazione tedesca
l’obbligo di Open Document Format (ODF) come formato standard obbligatorio per i documenti. Unica eccezione, PDF/UA per le questioni legate ai documenti
accessibili. Corollario chiave: non è contemplata una alternativa OOXML di Microsoft. ODF e PDF e basta.
Si capisce che tutto crollerà in breve tempo. Documenti non compatibili con lo standard industriale, impossibilità di comunicare con tutti quelli che che pretendono documenti Word, fogli di calcolo non perfettamente uguali pixel per pixel ai fogli di calcolo di Excel e quindi inadatti, la somma complicazione di vedere nomi file che non finiscono in .docx o .xslx o altro.