QuickLoox

Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Il Signore degli Script

Della trilogia dedicata da MelaBit al Cnr, decisamente con accenti tolkieniani quando si parla della lotta tra Bene e la Burocr… il Male, a me piace tantissimo e soprattutto il capitolo sull’estrazione del testo da Pdf.

Mostra come veramente il computer possa diventare un amplificatore di intelligenza, se decidiamo di investirne un pezzo di nostra invece di limitarci a usare cose fatte da altri, per quanto geniali.

Gli altri due capitoli mostrano altrettanti modi possibili di buttarla via l’intelligenza, e dell’ingegno che va messo per fare comunque il proprio dovere seppure in un ambito dove il pensiero dominante va in direzioni differenti. Fanno da contraltare eccellente all’uso creativo e puntuale di R e RStudio Desktop, con una spruzzata di awk e LaTeX. Da leggere e studiare, per non diventare preda delle Forze Oscure che abitano empi uffici di enti pubblici.

Dedicato ai folli

Continuo a leggere cose su M1 per via di un effetto speciale: c’è più divulgazione su come funzionano i processori di quanta se ne sia mai vista dai tempi del 6502 di Apple ][. Parlare di che cosa c’è dentro un processore è diventato interessante, perché in questo caso gli altri processori sembrano indietro di un giro e forse più.

Parlare di processori è riduttivo perché, come scrive Erik Engheim,

M1 non è una CPU, è un intero sistema composto da numerosi chip su una ampia piattaforma di silicio. La CPU è solo uno di questi chip.

Però ci siamo capiti e possiamo accettare la semplificazione del discorso.

La disamina di Engheim va ancora più in profondità delle precedenti ma si mantiene pienamente comprensibile al lettore comune e affronta temi molto concreti: che differenze ci sono tra M1 e i soliti processori di Intel e Amd; che cosa possono o non possono fare queste ultime per stare dietro a M1.

Le differenze sono numerose e notevoli, una fra tante questa:

Le istruzioni in codice macchina sono suddivise in micro-operazioni da quello che chiamiamo un decodificatore di istruzioni. Più decodificatori abbiamo, più possiamo suddividere istruzioni in parallelo, più riempiamo velocemente il Rob.

Il Rob è il Re-Order Buffer, spazio nel quale alloggiano le micro-operazioni già elaborate che ne attendono altre elaborate in parallelo ma con tempi più lunghi, dalle quali dipendono e ultimate le quali il processore avrà effettivamente eseguito i comandi richiesti.

Qui è dove vediamo le differenze importanti. I nuclei di elaborazione [core] dei processori più grossi e cattivi di Intel e Amd possiedono quattro decodificatori, quindi possono decodificare quattro istruzioni in parallelo per sputare fuori micro-operazioni.

Il senso di tutto è che, se devo calcolare il volume della sfera (quattro terzi pi greco erre tre), posso calcolare contemporaneamente più operazioni che posso e fare prima. Un decodificatore lavora su quattro fratto tre; un decodificatore su erre al cubo; uno sulla prima moltiplicazione per pi greco e uno sulla seconda. Quasi contemporaneamente, perché a volte devo aspettare un risultato per poterne calcolare un altro e perché non tutte le operazioni richiederanno lo stesso tempo. Ma ci metto meno che a eseguire le operazioni una dietro l’altra.

Solo che Apple ha la follia di otto decodificatori. Inoltre, il Rob è circa tre volte più grande. In pratica può contenere il triplo degli altri. Nessun altro grande produttore di chip offre altrettanti decodificatori nelle proprie Cpu.

Beh, Intel e Amd aumenteranno il numero di decodificatori. Semplice, no?

No.

Il pezzo spiega molto bene la difficoltà strategica e di esecuzione dei concorrenti di M1. Niente di irrisolvibile in linea di principio, ma certamente non domattina e non a costo zero. Qualsiasi soluzione decidano di adottare, non possono banalmente fare più in grande quello che hanno sempre fatto. Devono fare qualcosa di diverso e non poco.

Il pezzo di Engheim in originale fa

But Apple has a crazy 8 decoders.

E a me è subito venuto in mente Here’s to the crazy ones, questo filmato lo dedichiamo ai folli, perché solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo lo cambiano davvero.

Think Different batte pensiero unico di x86 otto decodificatori a quattro (per tacer del resto).

The PostPC Dream

Prima venne Steve Jobs a parlare di furgoni e automobili, PC e postPC, con l’arrivo di iPad.

Poi ci fu il momento in cui iPhone doveva portarsi via tutta la torta e Apple smettere di occuparsi delle minuzie.

Poi, perfino watch. I servizi. Le fughe dei professionisti che abbandonavano la nave prossima ad affondare. La trasformazione, lo aveva detto Jobs, per qualcuno avrebbe potuto essere uneasy, non facile.

Apple potrebbe essere l’azienda che più di tutte, negli ultimi anni, ha remato contro l’idea di PC. E, per qualcuno, ha smesso di occuparsi dei Mac.

Non è meraviglioso che le vendite di Mac ora siano il doppio di quelle di dieci anni fa e questo alla vigilia della diffusione di massa di M1, che hanno tutte le carte in regola per prendersi ulteriore spazio?

Asymco va forte perché da un post apparentemente glaciale, tutto trend e mercati, estrae verità che colpiscono. Siamo più che mai all’inizio dell’era postPC… e chi l’ha inaugurata ha creato le migliori premesse per l’affermazione di Mac, personal computer per eccellenza.

Da sogno.

Il titolo è un omaggio ai Pink Floyd.

Docce di innovazione

Comincia così il pezzo.

Lo confesso: faccio la doccia con Apple watch al polso.

Anche Tim Cook, del resto.

Dopo essermi asciugata e avere riordinato l’ego, ho deciso che avrei lasciato il mio Apple Watch Series 3 per Apple Watch SE. I modelli più recenti di Apple Watch hanno il riconoscimento delle cadute.

Problemi da primo mondo? No, una persona disabile che grazie a Apple Watch ritrova autosufficienza e confidenza.

Una caduta in doccia può fare male. Ma chi non ha piena capacità motoria può trovarsi intrappolata. E, se ha perso conoscenza, anche in difficoltà veramente gravi.

A meno di avere al polso un computer con cui poter chiedere aiuto. O che avvisa automaticamente un servizio di emergenza, se non ha risposta dalla sua padrona.

C’è chi sbeffeggia Apple Watch perché non è innovazione, farebbe tendenza fighetta, non fattura come iPhone. C’è chi lo usa e si fa cambiare la vita in meglio, ma non perché le notifiche sono più comode; perché riduce il rischio di morire.

A volte l’innovazione è aiutare concretamente una persona.

Completo o coerente?

Si vede che è un segno dei tempi o chissà: dopo un articolo veramente bello dedicato a Gödel e al suo teorema dell’incompletezza, eccone uno veramente fantastico.

Sono di parte: si parla di Gödel e, per descrivere il teorema che lo ha posto tra gli immortali della matematica, si usa Lisp!

La cosa sorprendente è che dura il giusto, si capisce senza bisogno di sapere di matematica, è chiarissimo e oltretutto uno può anche guardare il codice Lisp prodotto, pure lui luccicante nella sua linearità.

Anche stavolta fuori tema; però questa è l’essenza di come sono fatte le cose. Chi vuol essere coerente, non sarà completo; chi vuol essere completo, non sarà coerente. Vale anche come consiglio per ben disporsi alla lettura di certe recensioni-paura.

Il fattore umano

Sì le specifiche, sì i benchmark, sì i big data. Rimane che nel computing sano di cui auspichiamo la diffusione, il focus sono le persone. Se avessi un euro per tutti quelli che si vantano della Ram che hanno installato sarei a bloggare a bordo piscina dai Caraibi; se lo avessi per quelli che dicono mi ha cambiato la vita (basterebbe anche un po’ di lavoro o di intrattenimento), al massimo sarei un po’ più abbonato a Netflix.

Segue un messaggio spontaneo ed estemporaneo di Matteo (sostenere, diffondere, apprezzare please). Matteo è uno specialista di podcast, si occupa di letteratura indipendente, insomma è un alieno rispetto a noi, che passiamo le giornate a mixare musica a duecentocinquantasei tracce con mille plugin, a montare video 6k o forse 8k oppure 16k, renderizzare l’Antartide in scala 1:1, ritoccare foto a millemila yottapixel. Lui usa il computer per fare cose, per lavorare, per divertirsi, fa parte della sua vita quotidiana anche se non scriverà mai professionista in qualche post per lamentarsi della mancanza di innovazione adesso che non c’è più lui. Ecco che cosa mi ha scritto:

Ho fatto questa cosa qui. Ho preso su Amazon il Mac mini M1, modello base (256, 8 giga). Ho detto: vedo un po’ come funziona, se ci girano i vari plugin audio che uso per lavorare, com’è ‘sta Rosetta, quelle robe lì. Poi lo rendo, ché Amazon rende molto facili i resi, facilissimi, e se mi convince mi prendo la versione che penso sia più adatta (1 tera, 16 giga). Il Mini mi ha spettinato, da quant’è potente. Al punto tale da farmi fermare e dire: ma se han tirato fuori ‘sta bestia ed è solo per la fascia medio bassa, che tirano fuori tra tre o quattro mesi? Così ho reso il Mini e aspetto ancora un po’, ma che macchina. Quasi mi è venuta voglia di tenerla, pur con un SSD così limitato!

Tutto qui. È mai successo nella storia, di sentire un commento così da una persona normale, a proposito di un modello base? Perché a me non è mai successo e mi fa capire che M1 è una bella cosa perché le sue doti sono, come dire, parte del pacchetto; finiscono per mettere in primo piano chi lo usa. Quando mi vanti i tuoi sestantonove gigabyte di Ram, in primo piano vedo solo banchi di memoria.

Tutto sotto controllo

A seguito del polverone alzato rispetto alle politiche di controllo delle firme digitali degli sviluppatori quando parte una app, ho trovato una bella contestualizzazione nel tempo del tema.

L’articolo sta su The Eclectic Light Company ed è appena appena tecnico, ma si legge molto bene.

La cosa che mi ha reso perplesso è che i controlli Apple via Ocsp sono noti da circa due anni e sono saliti alla ribalta solo ora.

La contestualizzazione mostra che la firma digitale ha iniziato ad apparire sui Mac attorno al 2007 e, negli anni, è stata adottata sempre più intensamente. In tempi recenti Apple le ha dedicato molta più attenzione di prima e l’articolo trasmette una nozione interessante: negli ultimi anni, con un picco nel 2018, sono emerse varie vulnerabilità importanti che sfruttano il formato di app Universal Binary.

Universal Binary è la formula di doppia compatibilità scelta per distribuire in un solo bundle software sia la versione Intel del programma che quella M1. Apple sapeva benissimo, nel 2018, che il formato avrebbe acquisito importanza oggi. Guarda caso, ha intensificato la severità dei controlli.

Quelli che considerano gli attuali controlli Apple sui certificati online come non necessari, invasivi o forme di controllo, dovrebbero avere nozione di come sono comparsi e della loro attuale importanza per la sicurezza di macOS. Dovrebbero inoltre spiegare come mai, dopo avere goduto dei benefici della situazione per un paio di anni, abbiano di colpo deciso che si trattava di una cattiva idea, e dirci con che cosa andrebbero sostituiti.

Amo la privacy digitale e ci tengo; al punto da sollecitare chi agita il tema in maniera acritica a non farle cattiva pubblicità. In particolare, mal tollero le interpretazioni integraliste del tema, dove tutto va visto come il prossimo passo verso lo stato di sorveglianza, senza ragionare, senza capire.

Se i controlli di validità delle certificazioni online da parte di Apple sono così pericolosi, dove sono i danni che abbiamo subito in questo periodo? Dove è la prova che effettivamente i timori sul buon uso dei dati sono fondati?

Apple sembra avere applicato i suoi controlli nella forma attuale da meno di ventitré e più di sedici mesi, per quanto sia da circa sei anni che riguardano le app in quarantena [secondo GateKeeper].

Parliamone. Se ci dobbiamo preoccupare di qualcosa che va avanti da oltre un anno, come mai diventa importante ora?

Buon non compleanno Gimp

Oggi non è il compleanno di Gimp, ma lo è stato pochi giorni fa.

È il programma di grafica bitmap che andrebbe usato e insegnato nelle scuole, che dovrebbe stare su qualsiasi computer regalato in occasione del passaggio alle scuole medie.

Ha ispirato numerosi concorrenti di Photoshop e ha ricordato a tutti che esisteva una alternativa all’omologazione.

Oggi è molto migliore di ieri, anche su Mac.

Merita sostegno materiale comunque ci sia possibile e passaparola positivo. Lo dice un adepto di Pixelmator, nel senso che abbiamo bisogno che esista Gimp anche quando non ne abbiamo bisogno.

Bonus: chi sa riconoscere tutti i nove riferimenti a sistemi operativi e iniziative open source nell’immagine che apre la pagina? A me, prima di iniziare le ricerche, ne mancano due…

Recensioni a vapore

Da una parte Patrick Moorhead di Forbes, Perché potresti voler rinunciare a MacBook Pro 13” M1: una recensione equilibratissima in cui tra i difetti della nuova architettura si denuncia la mancanza di connessione 5G (è vero, non l’ho inventato, giuro, chi non ci crede legga). Ecco come parla di giochi:

Secondo me c’è una ragione per cui Apple e i primi recensori parlano sempre di Tomb Raider per Mac. Credo che sia perché è uno dei pochi giochi AAA che funzionano relativamente bene in emulazione, sopra i trenta fotogrammi per secondo; sta in App Store; e sfrutta le interfacce applicative proprietarie Metal di Apple invece di interfacce applicative aperte.

Cnet dichiara che Steam funziona a malapena e senza Steam funzionante a dovere, penso che per i giochi AAA siamo spacciati [dead in the water]. Sono sicuro che Bejeweled e Flappy Birds da iOS funzionino alla grande, invece, nonostante vadano giocati dal trackpad.

Collauderò molti giochi AAA nei prossimi giorni e ancora di più quando riuscirà ad avere un MacBook Pro da 16 gigabyte. Non pensavo che sarebbe stato equo verso Apple provare giochi AAA su una macchina da otto gigabyte.

Quest’uomo è un fenomeno; dopo avere schiantato l’oggetto della recensione, afferma di avere sospeso il giudizio. Mi permetto di aggiungere che l’articolo di Cnet citato dice qualcosa di leggermente diverso dalla sua versione:

Finora, [Rosetta 2] mi ha permesso di installare Steam per giocare. […] L’interfaccia di Steam ha funzionato a scatti. Spero in una versione nativa in un futuro non troppo distante.

Il recensore di Cnet riferisce di una esperienza negativa con Baldur’s Gate 3 (mentre lo sviluppatore ha già annunciato l’aggiornamento che farà funzionare il gioco sotto Rosetta 2) e poi di avere fatto funzionare due giochi su sei dalla sua raccolta Steam, tutti provenienti da Gog, bellissimo sito che tratta anche giochi AAA (se ho capito che intende Moorhead, sulle prime pensavo alle batterie) ma fa più attività di discount.

Contenuti di questo genere, nel 2020, sarebbero una recensione. Su Forbes, mica sull’ultimo dei siti. Speriamo che il 2020 finisca presto.

Se qualcuno su qualche altra testata volesse recensire MacBook Pro 13” M1 e parlare di giochi, esiste un simpatico foglio di calcolo condiviso con dentro i risultati di massima relativi, mentre scrivo, a duecentotrentatré esperienze su qualche decina di titoli.

I risultati sono lì da vedere. Da notare che, a decine, provengono da Steam. Ma riportarne l’esistenza avrebbe vanificato il lavoro di diffusione di fumo, pardon, vapore negli occhi dei lettori.

Mac Different

Un altro segnale che qualcosa è cambiato ed è cambiato molto? John Gruber ha scritto su Daring Fireball un commento ai nuovi Mac con processore M1 che gli ho chiesto eccezionalmente di poter tradurre per intero, da quanto tocca e ispira.

Non ho con lui un contatto personale diretto e immagino che il mio tweet si sia perso in mezzo a una tonnellata di altri. Peccato, lo avrei fatto volentieri nonostante la fatica – è roba bella lunga – in quanto non si leggeva una cosa del genere, non solo di Gruber, da molti e molti anni.

Con Apple Silicon è tornata una emozione, è tornato l’entusiasmo. Ancora una volta i pioli tondi nei fori quadrati hanno scosso lo status quo e difatti la conclusione del suo pezzo è questa, che molti hanno rimproverato ad Apple di avere dimenticato:

Invero, Think Different.

Different, spiega Gruber all’inizio della lettura, è condizione necessaria perché si arrivi a better, migliore. La sua prima esperienza con le prime macchine uscite è stata così migliore che si è concesso una riga extra alla fine delle note a pié di pagina:

Steve Jobs avrebbe fottutamente amato questi Mac M1.

Il senso generale della recensione è che i nuovi Mac mantengono tutte le promesse fatte da Apple e anche di più. Ci sono anche i difetti, non è certo un omaggio acritico. Dove Apple era attesa al varco, comunque, i risultati sono straordinari. Non posso tradurlo, ma posso certo citare qualche frase, a partire… dall’inizio:

Migliore implica necessariamente diverso. È uno dei miei assiomi preferiti. Ma va dritto al cuore di una certa dissonanza cognitiva inerente all’umanità. Vogliamo che tutto diventi migliore. Eppure facciamo resistenza contro il cambiamento.

I nuovi Mac […] sono quella specie di migliore che piega il pensiero. Per riconoscere quanto sono buoni – e sono qui per dire che sono clamorosamente buoni – devi riconoscere che certi presupposti su come andrebbero progettati i computer, su che cosa rende migliore un computer, su che cosa serve a un buon computer, sono sbagliati.

Alcune persone negheranno per anni quello che Apple ha saputo raggiungere. Così va il mondo.

Dopo i dibattiti che ho letto in questi giorni sui social media, dell’ultima frase si potrebbe fare l’epigrafe per un monumento equestre a Gruber, tanto è epica.

Non mancano i riferimenti tecnici. La batteria dura quanto dichiarato. un MacBook Pro 13” M1 non scalda, se non un po’ sopra la Touch Bar quando viene sollecitato. Altrimenti, neanche si intiepidisce. Il sistema di raffreddamento (guai a chiamarlo ventola, è come chiamare volante un sistema di trasmissione) non entra mai in funzione o, meglio, se lo fa, non lo si sente.

Nessun portatile Intel con prestazioni vagamente paragonabili può uguagliare quel silenzio. Se per te il rumore è un fattore importante, la partita è già chiusa.

[La ragione per cui i Mac M1 sono più efficienti con meno Ram dei Mac Intel] è la combinazione di software e hardware progettati insieme. È il motivo per cui gli iPhone danno la birra anche alle ammiraglie Android, pur con molta meno Ram a disposizione.

Raccomando l’articolo. C’è tutto. Non c’è da preoccuparsi di Rosetta 2, l’emulazione Intel va perfino meglio dell’originale. Sedici gigabyte di Ram saranno sufficienti per la stragrande maggioranza delle persone senza che il sistema rallenti. La videocamera di bordo è migliorata, ma resta di qualità non eccelsa. L’opzione di lanciare app da iOS e iPadOS è interessante magari in potenza, ma ora è assai acerba. La chiusa:

Si usava dire che nessuno è mai stato licenziato per comprare Ibm. Similmente, nessuno ha mai vinto una scommessa contro Intel e l’architettura x86. Intel ha sempre vinto. Fino a ora, quando è chiaro che ha perso. Le due precedenti transizioni di architettura sono state effettuate da posizioni disperate: Mac saltava fuori da navi che affondavano. Questa transizione è stata chiaramente effettuata da una posizione di forza schiacciante. […]

Nessuno cita più l’impossibilità di essere licenziati per avere comprato Ibm. Presto, nessuno penserà più che qualunque scommessa contro Intel e x86 sia persa.

Chi ripete cose già dette e già sentite, in questa situazione, sarà un perdente. Think different, invero.

Artificiale sarebbe un complimento

Su Twitter infuria, tra mille thread, quello dedicato ai chirurghi che fotografano momenti o esiti delle proprie operazioni e iPhone che interpretano gli scatti come cibo. Si trovano centinaia di contributi.

Conosco la materia per avere partecipato come giornalista a un paio di congressi di videochirurghi e sono abbondantemente vaccinato contro l’effetto splatter. Qualcuno potrebbe trovarsi imbarazzato o disgustato nei confronti di immagini non consuete e, nel caso, lo prego o la prego di fidarsi e proseguire oltre.

Si noterà che il chirurgo accenna alla intelligenza artificiale di iPhone e questo era il punto. C’è machine learning, apprendimento meccanizzato, un progresso scientifico importante e agli inizi.

Per il resto, di intelligente non c’è nulla e almeno artificiale potrebbe essere un complimento, perché indicherebbe quantomeno un lavoro da parte di qualcuno; invece sono elucubrazioni di una rete neurale, che produce confusione e ambiguità. Peggio ancora, la rete è chiusa in se stessa, senza possibilità di crescere o scegliere una strada diversa da quella che le è stata indicata.

Ci fosse intelligenza, artificiale oppure no, distinguerebbe una infezione al piede da un bollito. O comunque si chiederebbe se non ci sia qualcosa di strano.

iPhone migliorerà e un giorno individuerà perfettamente le foto scattate dal chirurgo in sala operatoria, capace di distinguerle da quelle scattate al ristorante. In tutte le case ci sarà un’unità di machine learning a ottimizzare la spesa, i consumi energetici, i bucati eccetera.

Ricordiamoci, ora come allora, di considerare la macchina come un ausilio, amplificatore, potenziatore, invece che come un sostituto. I computer sono splendidi nel percorrere a velocità mostruosa i percorsi conosciuti. È all’uomo che compete la capacità di fare un singolo, sorprendente, decisivo passo laterale inaspettato e creare qualcosa di completamente nuovo.

Cosa che i computer (lo dice un sostenitore dell’intelligenza artificiale forte) neanche tra un secolo.

Tutto s’aggiusta: commedia circolare in tre atti

Primo atto: cattiva Apple, perché il nuovo Mac/iPad/iPhone⁄watch/tv è una macchina chiusa e non riparabile o difficilmente riparabile. Segue trombonata sul right to repair.

Secondo atto: cattiva Apple, perché ho portato il mio aggeggio all’Apple Store e vogliono darmene uno diverso per cinquecento euro invece di ripararlo. Ampiamente criticabile ma, per logica, come potrebbero ripararlo a costi ragionevoli se è una macchina chiusa?

Terzo atto: cattiva Apple, perché a me non la si fa: mi sono documentato su Internet, ho trovato i pezzi con poca spesa e mi sono fatto la riparazione da solo (variante: il cinese con spesa modica). Tiè!

La morale: il right to repair non esiste. Né in informatica, né altrove. Esiste la ability to repair. semmai.