Siamo
arrivati al Super Bowl e finalmente scendono in campo i bianchi e i blu. Come ovvio e voluto dal format, è una sfida con sfaccettature culturali oltre che sportive (a partire dal confronto tra costa ovest e costa est), con un sacco di pubblicità a raccontare la pancia dell’America fuori dalle cronache, uno half-time show che presenta un artista portoricano quasi in spregio alle istanze del presidente in carica contro gli immigrati illegali e, a riassumere, uno spettacolo imperdibile. Le regole del football americano sono intricate, ma l’essenza è semplicissima – conquistare terreno – e non dovrebbe essere di ostacolo anche in caso di inesperienza.
Un bis di relax e produttività, dopo
ieri: una sorprendente
raccolta di oggetti liberi e aperti in tutte le forme dello scibile digitale. Liberi e aperti riassume l’inglese Free, Libre, Open.
Purtroppo si chiama Flow, scelta infelice per confusione con l’omonimo
film indipendente, anche se nata molto prima di esso. Nessuno è perfetto.
Perché selezionare una raccolta di software libero quando in rete se ne trovano a un soldo la dozzina? Perché il software è solo una delle voci. Ci sono film, opere d’arte, letteratura, basi di dati a tema, elementi di tecnologia e anche giochi, non solo videogiochi; ci sono giochi da tavolo, giochi di ruolo e altro.
In preparazione al
Super Bowl, mi pare appropriato proporre una playlist rilassante e al tempo stesso produttiva: i
talk dello European Lisp Symposium 2025.
Si discutono questioni non del tutto di lana caprina, tipo come sfruttare efficacemente Lisp nell’epoca della presunta intelligenza artificiale, evitare i vicoli ciechi in Emacs Lisp, deep learning con Common Lisp eccetera.
Il linguaggio arriva da un passato lontano ma è tutt’altro che una reliquia e non è difficile assemblare un panel di conferenzieri qualificati a parlare di temi rilevanti in modo ascoltabile.
Horace Dediu di Asymco si è accorto di una cosa interessante: con il sistematico riacquisto di azioni sul mercato, Apple si avvicina ad avere ritirato quasi la metà dei titoli disponibili quattordici anni fa.
Ne discendono vari dettagli interessanti. Le azioni Apple oggi sono qualcosina meno di quindici miliardi. Se si ipotizza un panorama finanziario stabile, in assenza di fattori perturbativi, Apple potrebbe avere ricomprato la metà delle azioni in giro nel duemiladodici
entro una data incerta del duemilaventinove.
C’erano tanti buoni motivi per sproloquiare su civiltà e civilizzazione, solo che appunto sarebbe stato troppo facile giocarci per riassumere in un titolo l’inclusione in Apple Arcade di
Sid Meier’s Civilization VII.
Un gioco eccellente, collaudato, riferimento per il proprio genere, conosciutissimo. Un bel valore per l’abbonamento ad Apple Arcade anche considerata qualche limitazione, come – se ho capito – l’assenza del gioco multiplayer. Per quello che costa a un già abbonato, tuttavia, è la possibilità di provare il gioco in ogni anfratto e, se c’è l’occasione di giocarci in compagnia, lo si compra, ne vale la pena. Acquisto, però, a botta supersicura.
Che bello quest’ultimo
spot pubblicitario di Apple.
La storia è assente; il montaggio è semplicissimo; la colonna sonora è accessoria; in un sacco di famiglie si creano cose molto più elaborate dopo una settimana di vacanza.
Il titolo è però Humans of Apple TV e, oggi come oggi, è tanto potente quasi oltraggioso.
L’intrattenimento di cui godiamo è interessante, coinvolgente, emozionante perché rivela gli umani dietro le quinte che prestano creatività, competenza, dedizione.
Affascinante Horace Dediu che dedica la propria analisi ai risultati finanziari di Apple e in particolare ai
due miliardi e mezzo di apparecchi attivi.
Secondo i dati in suo possesso, da quattordici anni si può stabilire con ragionevole approssimazione il fatturato di Apple se si ragiona su una base di
cinquanta centesimi di dollaro al giorno per apparecchio attivo (per attivo si intende che abbia contattato i server Apple come minimo una volta nei tre mesi sotto esame).
Perché Microsoft può contaminare miliardi di scrivanie, ma non migliorarle.
La storia di oggi è che il team PowerToys di Microsoft (un nome che è tutto un programma, sa proprio di serietà, ufficio, standard di fatto)
sperimenta la possibilità di avere una barra dei menu in cima allo schermo.
La questione è diversa da quanto indietro nel tempo vanno a copiare e quale macchina di oltre quarant’anni fa vanno a copiare, ma come lo fanno. L’idea del Command Palette Dock – sia mai che sembri il concetto di una barra dei menu unificata – è infatti…
Gennaio è sempre una specie di coda dell’anno vecchio, nel quale ci si riconfigura dopo le vacanze per una nuova ripartenza.
Ma prima bisogna mettere il vero punto finale, che è il
Super Bowl. Questa edizione sa di speciale, con il numero sessanta, e il menu sa di saporito, con la sfida tra una presenza tradizionale come i Patriots del New England e nuovi, aggressivi arrivati come i Seahawks di Seattle.
Mattone dopo mattone, si sbriciola uno dei capisaldi del software open source: il numero di versione ostentatamente sotto l’uno per quanto prosegua lo sviluppo e prosegua negli anni e nei decenni.
Dopo un tempo vicino all’infinito, Inkscape ha annunciato la
versione uno punto zero. Handbrake
ci ha messo tredici anni.
Ora è la volta di
GNU gettext, software più oscuro e meno gettonato. Ma tra gli sviluppatori open source è assai adoperato per allestire localizzazioni e internazionalizzazioni del software.