Qualche giorno fa un amico intenzionato a prendere un iPad e indifferente alle minuzie tecnologiche mi ha chiesto che differenza ci fosse, nel modello che aveva scelto, tra i sessantaquattro gigabyte di spazio e i sei gigabyte di RAm installata.
Qualcuno, fosse anche un depliant, cercava di vendergli un iPad (anche) in base alla sua Ram.
Nemmeno Apple lo fa. Di nessun iPad viene comunicato ufficialmente il dato della Ram. Qualcuno pensa che, se aiutasse a vendere, non verrebbe esibito?
Le
polemiche su Immuni sono niente, di fronte alle conversazioni sulla necessità – o meno – di
rivedere l’aspetto estetico di emacs per favorirne la popolarità.
Ha preso posizione persino Richard Stallman, ancora figura più che autorevole nella comunità nonostante i
recenti incidenti a base di politicamente corretto.
Onestamente, per avere i pulsanti arrotondati, scelgo tutta la vita
BBEdit. Il senso di
emacs sta esattamente nell’avere l’interfaccia più minimale che si possa, proprio perché così diventa scatenabile l’intera sua potenza, ovviamente sotto le mani di qualcuno che sa come controllarla.
Undici fogli ingialliti, fotocopie di fotocopie di fotocopie, emersi senza motivo apparente da una cassa di libri. Vi si leggono frasi come queste:
Non si deve assolutamente catalogare un file ogni volta che si scrive un nuovo programma. Il file è soltanto un’area di memoria che può contenere un certo numero di programmi. Si consiglia vivamente, quindi, una volta catalogato un file, di sfruttare completamente questa area di memoria. Ogni file può contenere diverse migliaia di elementi.
Probabilmente per carenza di attualità di rilievo, John Gruber
ha rispolverato una recensione del primo iMac, datata 1998 (!). Vi si legge:
iMac non prevede un lettore di floppy disk per eseguire backup o scambiarsi dati. È una dimenticanza sconvolgente da parte di Steve Jobs, che dovrebbe saperla più lunga di così.
Matt Birchler su BirchTree ha citato un’altra perla:
Scommetterei che il 98 percento degli utenti di computer usa un floppy di tanto in tanto. iMac semplicemente li esclude e si rivolge a una “élite” disposta a pagare di più per avere di meno, se c’è sopra un marchio Apple.
Forse è arrivato il momento di dare una nuova possibilità a
Inkscape, che dopo tre anni di lavoro della comunità è finalmente uscito con la versione 1.0.
Per un programma open source si tratta spesso di una soglia decisiva, che separa i progetti meno efficaci e organizzati da quelli più preparati e con una buona visione del futuro.
Da fuori Inkscape pareva perso e la versione Mac è sovente una cartina di tornasole; fermo da anni alla 0.93, neanche più aveva una installazione Mac-like. L’interfaccia soffriva del peggior difetto per una app open, ovvero la poca attenzione per l’interfaccia utente, l’usabilità, il design dell’esperienza. Ad aprirlo, il programma assaliva l’occhio con una accozzaglia di icone non sempre comprensibili e mal disegnate.
Prima di decidermi tra iPad Pro 12"9 e 11"
è stata dura.
Ryan Christoffel di MacStories mi ha fatto un grosso favore con il suo
confronto tra iPad Pro 12”9 e iPad Pro 11”.
È una prova accurata e puntigliosa, che ha dato tempo all’ecosistema di maturare prima di essere valutato.
Il suo scopo era verificare se e quanto l’uso di iPad Pro 11" sia penalizzante rispetto a quello con lo schermo più grande, in linea con i miei dubbi.
Nel paradiso di musicisti c’era un posto libero accanto alla poltrona di
Edgar Froese: quello riservato a Florian Schneider, che
lo ha appena occupato.
Non saprei collegare in modo significativo l’epopea dei Kraftwerk con quella di Apple; del resto il loro percorso musicale è lontanissimo da tutto quello che è accaduto sulla West Coast anche se talmente moderno e anticipatore da fare male.
Li ho scoperti da ignorante totale, quando si sono fatti notare financo in televisione per le esecuzioni di
The Robots con lo sguardo fisso e le camicie rosse, la grafica post-costruttivista, la ritmica elettronica gelida, il tono mitteleuropeo. Ho capito che c’era di più sotto l’immagine. C’è una fetta consistente di musica commerciale contemporanea che deve praticamente tutto a loro.
Eh sì, settimane in cui si parla di cose virtuali e l’interlocutore sente sempre il bisogno di aggiungere in coda che, comunque, bello il virtuale, però la realtà è un’altra cosa. Come se qualcuno potesse seriamente metterlo in dubbio o come se uno dovesse ripeterselo, magari nei momenti in cui la fede nella realtà vacilla.
Ho una posizione leggermente diversa e la questione riguarda, per esempio, gli amici di
All About Apple a Savona, che sono meritatamente
apparsi con un video su La Stampa online.
MacRumors
aggiorna sul lavoro congiunto di Apple e Google per inserire in iOS a Android una infrastruttura di sistema utilizzabile da applicazioni fidate addette al contact tracing. La pubblicazione ufficiale è sempre più vicina e ora sappiamo di alcune condizioni al contorno:
- Le uniche app ammesse sono quelle create da o per conto di un governo.
- Le app devono chiedere il permesso all’utilizzatore prima di accedere all’infrastruttura.
- Le app devono chiedere il permesso all’utilizzatore prima di condividere il risultato positivo di un test con le autorità sanitarie.
- Le app dovrebbero raccogliere il minor quantitativo possibile di dati.
- Le app possono usare i dati raccolti solo per contrastare la pandemia. Ogni altro utilizzo, compresa la pubblicità mirata, è proibito.
- Le app non possono accedere ai servizi di sistema per la geolocalizzazione.
- Solo una app per nazione potrà accedere all’infrastruttura, salvo laddove un Paese opti ufficialmente per un approccio locale al problema.
Ogni tanto qualcuno si fa avanti a sostenere che le app di tracciamento contatti siano una fatica inutile. Se anche dessero risultato zero, avrebbero mostrato validamente quali soggetti, nel mondo globalizzato, ha senso stiano in cima alla linea di comando. Indizio: sono quelli nati con la riga di comando.
Prima di entrare in maggiore dettaglio sui numeri, voglio dire solo una cosa su COVID-19. È qualcosa con cui l’Italia si confronta da gennaio. E ritengo che il modo in cui abbiamo risposto, ciò che siamo stati ispirati a fare, racconti una storia importante sulla grande stabilità dell’Italia come nazione e sulla continua rilevanza dei nostri prodotti e delle vite dei nostri cittadini. È una situazione che parla anche della nostra capacità unica di essere creativi, di pensare sempre in un’ottica di lungo periodo e di andare avanti dove altri possono sentire la tentazione di ritirarsi.