Big Sur tutto sommato mi piace. Dopo qualche settimana di utilizzo sono sicuro di considerarlo casa.
Certamente non è perfetto. Ammetto che parte delle obiezioni più comuni – per esempio la trasparenza della barra dei menu – per me sono plus, da vero bastian contrario, più che problemi. Immagino che sia perché ci vedo bene, la barra la uso poco (tastiera, tastiera, tastiera), non mi dispiace un ambiente che muta durante la giornata, almeno in modo ragionevole. Ho anche adottato lo sfondo scrivani dinamico, che mostra la location diversamente illuminata secondo l’ora del giorno. Eccetera.
A metà weekend, per un complesso di ragioni, mi trovo completamente solidale con chi chiede ad Apple, in nome dell’impegno sulla privacy, una edizione di Mail che liberi dai
pixel-spia e pure un
servizio di VPN per la navigazione più riservata.
Capisco perfettamente la pubblicità su Internet e quella fatta bene è perfino utile. Però deve vigere un accordo esplicito tra consumatore e inserzionista: ti concedo uno spazio ben preciso e tu lo rispetti.
Sviluppi della situazione delineata ieri rispetto al
mondo del software libero e di chi agisce per controllarlo a scopo di lucro.
Frix mi ha chiesto se mi fossi ispirato al video
1984 di Ridley Scott. In effetti no, però sono rimasto colpito dall’associazione di idee che poteva essere costituita. La situazione è quella di un Grande Fratello, anche se questo più suadente e viscido.
Un aggiornamento tecnico sulla vicenda è che alcune migliaia di server Exchange compromessi sono stati colpiti da un ransomware, grazie appunto alla libertà di attacco goduta dai pirati.
C’è un seguito alla vicenda dell’
attacco informatico che ha fatto strage di server negli Stati Uniti e nel mondo (sessantamila solo quelli ufficiali e chissà quanti ancora) grazie a falle storiche presenti in Microsoft Exchange e chiuse in emergenza solo pochi giorni fa.
Come succede di regola nella cibersicurezza, ora che il problema è stato arginato, un ricercatore ha pubblicato su GitHub una proof of concept dell’attacco: un esempio funzionante ma innocuo (per esempio, che lavora su un server configurato apposta per lasciarsi colpire e mostrare gli effetti dell’attacco stesso).
Avendo miseramente mancato il mio proposito di fare qualcosa di buono con i Comandi rapidi entro il 2020, mi tocca rinnovare la promessa.
Probabilmente partirà dall’ottima
raccolta di Comandi rapidi pubblicata da Matthew Cassinelli, che ha fatto parte del team di sviluppo originale e ora si dedica a mostrare e creare azioni interessanti. Una parte del sito è persino in abbonamento per chi vorrà sostenere l’iniziativa e ricevere in regalo una fornitura regolare di comandi inediti.
Posso dire per una volta che John Gruber sia d’accordo con me, anche se non lo sa.
Nel
riprendere un suo post del 2008 sulla novità che allora era App Store, commenta:
non avevo previsto come le app “gratis” avrebbero azzoppato/limitato/distorto il mercato.
Non lo posso linkare ora (i commenti sono una faccenda più spinosa di quello che pensavo e il tempo è poco), ma lo avevo scritto e ribadisco: App Store è anni luce davanti a Play Store per qualità e reputazione e la strada da percorrere è quella del migliore servizio, anche se dovesse perdersi qualche dollaro per strada.
Si sa che la tecnologia ha un suo
ciclo di adozione e vorrei dire qualcosa a proposito delle stampanti.
Nel 1985 Apple presentò
LaserWriter e diede inizio al desktop publishing. La stampante cessava di essere un accessorio funzionale per stampare bozze, etichette e tabulati; diventava uno strumento di emancipazione. Consentiva di esprimersi e persino di avviare piccole imprese e carriere professionali (la zona degli innovatori nella curva del ciclo di adozione). La prima versione di
PageMaker chiudeva il cerchio, nel consentire al contenuto digitale di avere anche una forma in stampa che poteva essere diversa dal semplice flusso di dati (il segmento early adopter).
Tivoli è storicamente un marchio da appassionati della radio. Oggi è un bene di consumo piuttosto normale, reperibile anche attraverso la raccolta punti del supermercato.
Che è esattamente il modo in cui siamo entrati in possesso di una
Model One Digital+.
L’oggetto è assolutamente piacevole, per l’estetica e per la resa. I bassi sono insospettabilmente vividi, l’uscita è limpida e pulita. Le funzioni ordinarie si governano tramite un bel pulsante come quelli di una volta e una ghiera rotante e cliccabile. Ingegnoso ed elegante, anche se l’albero di navigazione è un tantino involuto. il display è riposante e curato, un po’ lento, ma niente di che. Come radio, è un piacere per l’occhio, l’orecchio e persino il tatto, pulsanti fisicamente all’altezza, nessuna economia.
Si parla su KrebsOnSecurity di almeno trentamila organizzazioni, per centinaia di milioni di utenze individuali,
colpite dall’attacco di un gruppo di pirati informatici cinesi ai server di Exchange.
Dove l’attacco ha avuto successo, i pirati hanno installato una shell web che consente accesso indiscriminato ai server. Tra le organizzazioni vittime, leggo, si trovano ricercatori medici, studi legali, istituzioni scolastiche, fornitori dell’esercito, think tank e organizzazioni non governative.
KrebsOnSecurity parla degli Stati Uniti, ma l’attacco è avvenuto a livello globale e non ci sono dati relativi all’impatto che potrebbe avere avuto in tutto il mondo. Probabilmente bisogna aggiungere un ordine di grandezza alle cifre americane e magari neanche basta.
L’altroieri la mia tv ha perso un pezzo; mi ha informato che la app YouTube non è più supportata. È già successo e
se ne parla: la mia tv è quella di terza generazione, messa fuori produzione l’anno scorso dopo essere stata fortemente ribassata nel prezzo.
Se dura ancora un anno, cosa che accadrà certamente salvo problemi hardware, ne compirà dieci, essendo del 2012. Il fatto che manchi la app YouTube è dovuto alla cessazione di supporto da parte di Google.