Andare a un concerto rock di questi tempi significa incontrare tutte le generazioni, compresi i nonni (e le nonne, più dei nonni) e i passeggini con infanti senza limite inferiore di età.
Andare a un piccolo Linux Day di provincia mi ha dato la stessa sensazione: dai passeggini alla terza età con tutte le stazioni intermedie.
L’attenzione che c’era molti anni fa verso il sistema in sé e per sé è diminuita. C’è molta più attenzione allo scopo. Installazione dentro container Docker per moltiplicare la velocità di certe app, domande (e risposte) su
ArtCraft, emulazione di giochi. La configurazione in quanto tale diventa materia di studio su hardware particolare,
tipo Raspberry Pi.
Grazie a MacRumors che ne ha scovata una divertente, sempre in tema Apple Music
come da chiacchiera di ieri.
Generare via browser un errore di pagina non trovata su music.apple.com (in pratica aggiungendo uno slash e poi qualcos’altro di improprio, tipo /ciao ma anche /ipod) porta in vita
una perfetta replica software del primo iPod, del quale corre in questo periodo il venticinquesimo anniversario.
La clickwheel è utilizzabile con il puntatore: la ruota gira, i pulsanti si schiacciano. L’esperienza utente non è proprio equivalente a quella che si aveva all’origine con il pollice, ma niente paura: funziona anche la tastiera. Tasti cursore, barra spazio, Escape, Invio.
Una delle diseguaglianze del futuro sarà tra chi può permettersi la privacy e chi meno. Un’altra: tra quanti vivono nel reale potenziati dal digitale e gli altri che devono usare il digitale come succedaneo. Questa è già visibile presso i disagiati che adesso devono pubblicare una illustrazione spiritosissima o un’infografica esaustivissima per ogni ruttino social, convinti che sia originale.
Poi c’è Apple, che per
il nuovo logo di Apple Music impiega mesi fino a trovare l’inquadratura perfetta della nota musicale distorta da olio minerale in vibrazione causata da un pezzo preciso, in condizioni precise, per ottenere proprio quell’effetto.
Scommetto che Apple non abbia questo grande interesse a fare sapere che esiste uno
store apposta per acquistare parti di ricambio dei suoi prodotti da parte di quanti rivendicano il diritto di autoriparazione e vogliono intervenire sui propri apparecchi.
Non ho provato a portare fino in fondo un ordine. Mi aspetto burocrazia, prezzi alti, restrizioni, un’esperienza impegnativa in generale.
Ho verificato tuttavia che sono disponibili i pezzi di ricambio per iPhone 18 Pro Max, iPhone 18 Pro e in generale per tutti gli iPhone almeno fino al 12. iPhone 18 Pro Max è sostanzialmente uscito ieri, iPhone 12 sei anni fa.
Nessuno fa attenzione a un sistema il cui presupposto primo è la sicurezza. Usato da una minoranza di persone in possesso di una competenza tecnica non garantita, che devono avere nozione della sua esistenza, capacità di recuperarlo, voglia di installarlo. Un sistema con una comunità di supporto ristretta e specializzata, dove nessuno si aspetta che il problema possa essere banale come una app che si chiude o una connessione che non si apre.
The Eclectic Light Company continua a occupare un posto speciale nel cuore anche perché, oltre a spiegare, porta alla comunità strumenti per aiutare a capire da soli.
Nell’articolo su
come Ask Siri costruisce e utilizza il contesto, oltre che analizzare il contenuto che viene passato a Siri in modo che possa costruire una risposta, c’è anche il link all’utility gratis che permette di analizzare da sé e arrivare al grado di conoscenza desiderato.
Non è un caso che mi sia capitato
più di una volta di accennare a TextEdit. È nato per caso ma è una demo potente delle capacità di sviluppo sotto macOS e, nonostante di fatto abbia manutenzione zero, continua a funzionare e rivelarsi efficace.
Non è un caso quindi che possa venire scoperto da Podfeet Podcasts, gente che non conoscevo e complessivamente pare simpatica. Il post dedicato da Allison Sheridan alla
scoperta di TextEdit ovviamente è acqua calda riscoperta, per lettori stagionati; tuttavia le doti del programma rimangono immutate, tanto che l’articolo si rivela una guida all’uso efficacissima, da conservare.
Dimostrazione plastica di come il digitale non funziona. Questa è una foto recente di un totem di parcheggio a pagamento.

L’apparecchio è straordinariamente lento, tanto che è facile dare per guasta la tastiera a membrana, dal tocco pessimo. In realtà bisogna avere pazienza e resistere alla tentazione di premere di nuovo un tasto; questo non è Unix, dove tutti gli input entrano nel buffer, e un tasto premuto troppo presto provoca un errore che nessun programmatore si è dato la pena di gestire.
Ricordare i tempi in cui mi rimproveravano l’entusiasmo per iPad in quanto non si poteva installare Linux. Sono e sono sempre stato fautore del software libero come salvaguardia e stimolo, ma l’approccio stallmaniano nel suo manicheismo non mi ha mai convinto fino in fondo.
È passato qualche tempo e oggi le priorità sono altre. Volendo, Linux su iPad non si installa in senso stretto neanche adesso; ma ci sono novità interessanti.
Confrontarsi con le tematiche protogiovanili del 2026 significa affrontare dibattiti come quello sul veganesimo e la violenza sugli animali, di cui un consesso di dodicenni moderni può trovarsi a, diciamo, discutere.
Nel frattempo un sottoscritto attempato potrebbe trovarsi a consultare il suo feed RSS, assolutamente fuori trend, e scoprire
notizie interessanti su una startup che lavora al contenimento della diffusione delle 🦟. (L’emoji della zanzara è arrivato perché mi è scappato il dito sull’autocompletamento e per una frazione di secondo mi è parso una zanzara vera cui stavo dando la caccia sopra lo schermo di iPad. Troppo sincronico, lo lascio).