John Gruber
fa notare su Daring Fireball come lo spessore dei
nuovi iMac sia di 11,5 millimetri… e quello di un
watch Series 6 sia di 10,7 millimetri.
Se ci chiedessero di percepire la differenza con il tatto, in uno di quei test comparativi da eseguire a occhi bendati, potremmo solo tirare a indovinare.
M1 permette soluzioni che nessuno avrebbe mai nemmeno scritto come fantascienza, tipo un computer desktop con undici milioni di pixel sottile – in sostanza – come un orologio da polso.
Seguire Apple è affascinante. Purtroppo capita di seguire anche i commentatori, dilettanti e finti professionisti (professionisti nel senso sano della parola ne vedo pochi).
All’indomani dell’ultimo
evento Apple, leggo e sento cose come queste. Niente link, già mi vergogno di avere letto, non voglio responsabilità.
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Ho un iMac 27” e sono un po’ deluso perché iMac 21” ora è diventato iMac 23”5 e mi aspettavo uno schermo più grande (per logica mi aspetterei l’arrivo di un prossimo iMac 27”, magari con schermo 29”, più che vedere il 21” diventare un 27”, ma forse sono io che sragiono).
Venivo da un vecchio monitor Full HD, che peraltro simulava la risoluzione senza averla fisicamente a disposizione, con la conseguenza di una nitidezza relativa delle immagini. Ora scrivo guardando su un nuovo Philips 276E8VJSB/00
ordinato da un rivenditore terzo via Amazon e arrivato in tre giorni.
(Perché si sappia come funziona il mondo; ora che l’ho comprato, se torno sulla pagina, Amazon mi mostra il prezzo maggiorato di quaranta euro rispetto a quanto l’ho pagato).
Prima di tutto: più si affina la ricetta, più amo il format online degli eventi Apple. Riescono a evitare manierismi, dare freschezza e ritmo, contestualizzare, giocare anche attorno al già eventualmente visto, alternare serietà a trovate surreali e però mai eccessive. Il filmato di promozone di AirTag è carino; la parodia di
Mission Impossible che fa infilare il chip M1 dentro iPad Pro all’agente segreto Tim Cook, dopo il furto con destrezza da MacBook Pro, riesce a essere persino leggera nonostante il profluvio di effetti speciali. Applauso. Senza parlare della copertura dei prodotti, essenziale e studiatissima. C’è gente molto brava dietro queste produzioni e onestamente credo che preferirei un altro evento online a una seduta nello
Steve Jobs Theater.
È il momento giusto per aggiornare lo schermo di Mac mini e passare a una vista desktop più spaziosa.
Amazon propone una milionata di alternative ma mi viene uno scrupolo e do anche un’occhiata sul sito di Mediaworld. L’ultima volta,
quando abbiamo comprato la stampante laser per le attività scolastiche di Lidia, è emerso dopo pochi giorni che su Mediaworld avremmo risparmiato qualche euro rispetto ad Amazon. Niente che valga la perdita del sonno, però almeno togliersi la curiosità.
Giusto perché domani Apple tiene un evento di lancio di qualcosa, tengo a ricordare oggi che esiste Parallels Desktop 16.5 che supporta i Mac con processore M1.
Con Parallels Desktop si può accendere una macchina virtuale su cui eseguire per esempio un Linux per Arm e
farla andare il 30 percento più veloce di quanto succede con un consueto Mac Intel equipaggiato con Cpu i9 e abbondanza di Ram.
Una cosa da usare su Parallels e che funziona più veloce ignorando il sovraccarico di elaborazione dato dalla infrastruttura della macchina virtuale, è da uscire di testa.
Jeff Bezos ha scritto la sua
ultima lettera agli azionisti come amministratore delegato di Amazon. E, come ha sempre fatto, in fondo ha allegato anche la prima, scritta nel secolo scorso, era il 1997. L’una e l’altra insieme sono due letture assolutamente raccomandate.
Bezos era l’uomo più ricco del mondo. Poi ha divorziato. Ha riconosciuto metà del patrimonio alla moglie. Ora è ancora l’uomo più ricco del mondo. Chiaro che disponga di mezzi sconosciuti ai comuni mortali (ha disposto finanziamenti personali ad aziende di avanguardia nelle iniziative di contrasto al cambiamento climatico per dieci miliardi di dollari). Altrettanto chiaro che qualcosa lo abbia capito e lo capisca.
Abbiamo sentito tutti infinite volte il suono di un Mac che si accende e pochissime o neanche, per fortuna, quello di un Mac che annuncia un problema serio.
512 Pixels ne ha raccolti
una serie e ritengo che nessuno sul pianeta sia riuscito a sentirli tutti nelle circostanze previste (addetti alle riparazioni, programmatori ficcanaso, retroappassionati con emulatore: non vale).
Che esistesse anche il suono di un’auto in collisione, per esempio, mai lo avrei detto.
Mi sono ricordato. Le tre virtù del programmatore, il codice come soluzione per entrare in uno stato mentale più elevato.
Poi però, serve una dote speciale ed eminentemente umana: la disposizione a macinare.
Ne scrive Jacob Kaplan-Moss:
A volte la programmazione somiglia alla magia: declami un qualche incantamento arcano e una flotta di robot ti obbedisce. A volte, tuttavia, la vera magia è quella di tutti i giorni. Se sei disposto ad apprendere l’arte della macina, puoi ottenere l’impossibile.
Oltre a
giocare per entrare in uno stato mentale speciale (vorrei dire superiore ma si può fraintendere), si può fare anche dell’altro.
Scrivono su Wired che per alcuni di noi – isolati, felici nell’oscurità – il codice è una terapia, una via di fuga e un percorso verso la speranza in un mondo travagliato.
Dire terapia è esagerato, stare nell’oscurità mi rende generalmente poco felice, ma mi è impossibile dissentire da una affermazione come questa: