Nel dichiarare la digitalizzazione come obiettivo primario da qui al 2025, la città di Dortmund
ha approvato due risoluzioni fondamentali:
- uso di software open source ovunque possibile;
- il software sviluppato dall’amministrazione o da essa commissionato viene messo a disposizione del pubblico.
Fatto importante è che, da qui in futuro, la pubblica amministrazione dovrà giustificare il mancato uso del software libero in luogo di una applicazione proprietaria. Di solito è il contrario.
Una persona molto anziana che vive sola, autosufficiente ma con qualche problema di deambulazione. Se cade, può essere un problema.
Se cade e non riesce più a raggiungere un terminale di comunicazione, è un grosso problema. Risolvibile con uno di quegli apparecchietti da portare al collo, con un pulsante programmato per segnalare un problema alla centrale di ascolto.
Se cade e perde conoscenza, è un problema che l’apparecchietto non risolve.
John Gruber ha ragione: la storia dell’automazione per macOS e iOS è semplicemente
caotica e non pianificata.
Lo fa citando Jason Snell, che ha ragione pure lui, e spiega che
Mac ha bisogno dei Comandi rapidi. Né Automator né AppleScript arriveranno mai su iOS, mentre i Comandi rapidi potrebbero tranquillamente compiere il percorso inverso.
I Comandi rapidi per Snell sono il futuro possibile dell’automazione su Mac, per Gruber – che peraltro non prende posizione – finora si è solo generato caos. Due torti non fanno una ragione, ma due ragioni fanno una ragione al quadrato.
Suppongo che voglia essere
uno scherzo.
L’idea è che uno pensi che sia vero, scopra che non lo è e ci si facciano grasse risate sopra: gli scherzi funzionano all’incirca così.
A parte l’idea insinuata sotto sotto che telemetria significhi per forza minaccia alla privacy, un pochino forzata, un altro messaggio che passa con lo scherzone è che iOS e Android siano in fin dei conti equivalenti.
La prossima edizione di Wwdc
sarà ancora interamente online oltre che auspicabilmente piena di spunti interessanti. Le nuove versioni dei sistemi operativi, onestamente, sono eventi meno significativi che non un tempo, quando le versioni principali erano meno frequenti e i sistemi stessi meno maturi. macOS esiste da vent’anni, iPadOS da undici; tutti ci auguriamo migliorie, bug fix e sorprese grandi e piccole, ma difficilmente qualsiasi nuova possibilità del software a bordo di iPhone o Mac scuoterà il mondo.
Non avevo mai, mai, mai saputo né letto alcunché di
Plan 9.
Negli anni ottanta, salta fuori, il gruppo dei creatori di Unix ha iniziato a lavorare a un altro sistema operativo, in cui i Bell Labs non hanno creduto fino in fondo.
Così Plan 9 non è mai decollato; tuttavia ha contaminato positivamente altri sistemi operativi liberi e commerciali con varie innovazioni e idee che oggi diamo per scontate e che, senza di lui, avrebbe dovuto essere messe a punto da qualcun altro in qualche altro modo.
Uno dei miei punti fermi è poter replicare i flussi di lavoro senza troppi problemi attraverso Mac, iPad e – in modo ragionevole – perfino su iPhone.
Su iPad e iPhone ho avuto finora un grosso tallone d’Achille: i file
OpenDocument, usati per esempio da
LibreOffice (ma anche, lato testo, da TextEdit: provare per credere). Riceverne uno su iPad, senza Mac a disposizione, era un grosso ostacolo. Sì, accesso remoto a Mac, apertura con LibreOffice, salvataggio in altro formato, invio a iPad… ma è scomodo, inelegante e non sempre fattibile.
Non volevo scriverlo questo post, ma sono già le tre passate (non capisco, pochi istanti fa neanche erano le due: come vola il tempo), primo; secondo, ho passato la soglia della sopportazione della gente che scrive, manifesta, lotta (soi disant) per riaprire le scuole.
L’obiettivo mi trova totalmente d’accordo, ma le modalità sono da decerebrati. Se fossi lasciato a me stesso finirei all’alba e probabilmente querelato; invece sono abbastanza fortunato da poter citare un articolo di Ars Technica appena uscito:
«Le scuole sono sicure?» è la domanda sbagliata da porre (figuriamoci quando diventa una asserzione…).
Due faccende molto diverse, il retrocomputing e la conservazione del software del passato, cioè di pezzi della nostra storia.
Panic le ha messe insieme in modo mirabile rispetto ad Audion un suo riproduttore musicale del tempo che fu. Audion era, si diceva allora, skinnable, ovvero la sua presentazione grafica poteva cambiare arbitrariamente da parte di chi producesse nuove “pelli” per il programma seguendo regole prestabilite.
Oggi Panic le chiama face, facce, ma la sostanza non è cambiata. Solo che Audion non è più in commercio da tempo e la sua compatibilità con il presente è nulla. Che fanno loro? Producono una nuova versione minimale del programma, con licenza open source, in grado di girare su Mac moderni, capace di fare poco più che riprodurre brani in sequenza, e adattano tutte le facce create a oggi per Audion, in modo che le si possano visualizzare sulla nuova versione suddetta.
Penso che dovrebbe esistere un qualche indice di inefficienza intrinseca dei programmi, misurato grossolanamente sulla base del numero di azioni elementari necessarie per compiere una azione, in rapporto all’entità della variazione apportata.
Un esempio for dummies: sono in un editor di testo e mi trovo una distesa di testo tutta in maiuscolo. Voglio avere le iniziali maiuscole e il resto della parola in minuscolo.
Un comando tipo Cambia maiuscole e minuscole lasciando la maiuscola solo all’inizio del periodo, purché la preceda un punto, data per scontata la selezione preventiva del testo su cui intervenire, richiede un clic (diciamo che il clic è l’unità di misura fondamentale per l’interazione umana con l’informazione, Hii acronimo di Human Information Interaction, come il bit è l’unità di misura fondamentale per l’informazione).